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La "tre giorni" di Garibaldi

La "tre giorni" di Garibaldi
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Giuseppe Martini

Due anni prima era passato il quasi re d’Italia Vittorio Emanuele II e gli avevano affastellato un arcone davanti a Via Melloni, mentre la notizia che Garibaldi stava partendo alla conquista del Regno delle Due Sicilie non guadagnava sulla «Gazzetta» che qualche trafiletto. Ma il vento era cambiato e Giuseppe Garibaldi nel 1862 era già l’Eroe dei due mondi, l’uomo che aveva sloggiato i Borbone da Napoli, stretto la mano al Savoia e alzato il dito contro Cavour in una storica giornata parlamentare. I suoi uomini a Parma non si nascondevano più, ma Torino continuava a usarlo in modo ambiguo: da un lato lo mandava a far propaganda belligerante, dall’altro era pronto a fermarlo non appena avesse assunto troppa autonomia d’azione. E così anche nella primavera del 1862, quando il nizzardo cominciò un largo tour padano appoggiato dal Ministero per promuovere nientemeno che le Società di Tiro a segno nazionali, poste sotto la presidenza onoraria dell’erede al trono, il principe Umberto. Niente di sportivo, sia chiaro: lo scopo era formare tiratori scelti in vista di guerre nazionali, con l’entusiasmo della Sinistra democratica che sperava di affermare non solo nell’immaginario pubblico l’idea di una nazione armata e compatta. Altra faccenda che più tardi alcune di queste società, così legate all’immagine di Garibaldi, fossero destinate a trovare fratellanza con logge massoniche, a cui del resto lo stesso Garibaldi si legava proprio in quei giorni con la nomina a Gran Maestro del Grande Oriente di Rito Scozzese siciliano, a cui già apparteneva Crispi.
La società di Tiro a segno di Parma fu fondata proprio nel marzo 1862, presidente Garibaldi, vicepresidenti il marchese Gaspare Trecchi e l’ex maggiore Antonio Oliva, e Garibaldi sarebbe dovuto venire a inaugurarla martedì 25 marzo. Arrivò invece, scusandosi tanto, domenica 30, con il treno da Piacenza delle 14.25, fra un brulicare di folla, drappi e bandiere tricolori, la bandiera dell’Emigrazione Veneta coperta di un velo funebre, il fracasso della Guardia Nazionale, sindaco, assessori, Presidenti delle Società Operaia, Garibaldina ed Emancipatrice, tutti impettiti. Da quel momento il cinquantottenne più famoso d’Europa cominciò un tour de force di tre giorni fra inaugurazioni, spettacoli, ricevimenti, e pure atelier fotografici: fu Giacomo Isola a scattargli la nota foto con il finto sfondo di Venezia, summa visiva di un momento storico che nella riconquista della Laguna e di Roma giocava la sua partita più importante e delicata. Era anche il succo del suo discorso nel pomeriggio dal balcone del marchese Trecchi, acclamato dalla folla.
La scena è da immaginare: davanti al Teatro Regio la strada invasa di entusiasti che all’apparizione della camicia rossa barbuta cominciano a gridare «Viva Garibaldi Viva l’Italia», mentre l’eroe di Milazzo esorta «questo bravo popolo, fra cui veggo tanti prodi miei compagni d’armi» ad addestrarsi alla carabina, perché «benché io sappia che sapete bene maneggiare la baionetta, desidero anche che sappiate colpire il nemico come si deve. Colla carabina, e destri a maneggiarla, noi otterremo tutto». «Tutto» voleva dire Venezia, ma da lì a ottenerla la strada era accidentata, Napoleone III più cauto rispetto al ’59, e morto Cavour il governo era diventato molto pasticcione in fatto di rapporti internazionali; «se oggi ci è dato di liberamente parlare, ciò non è per volere degli oppressori» gridò Garibaldi dal balcone «ma perché siamo forti. In armi allora, in armi tutti, e tutte le quistioni del nostro Paese spariranno»: usare il grimaldello della propaganda repubblicana era l’equivalente di un ricatto, ma ormai Garibaldi era una forza irresistibile, e la «Gazzetta» che si domandava il perché di tanto successo, non poteva che ammettere che quell’uomo rappresentava «l’azione la guerra finale, l’odio insofferente a tutto ciò che si frappone al nostro completo riscatto».
L’ansia di essere protagonisti cominciava a rodere gli italiani. E allora, viva la carabina. Garibaldi si era innamorato delle carabine Colt all’epoca della spedizione del ’60, entusiasta dell’alto rapporto fra precisione e distanza di tiro e soprattutto della loro veloce ricarica, e da lì sarebbe dovuta partire la riconquista di Venezia. Altro che tiri a segno, quindi: il giro era un pretesto per formare un esercito permanente popolare, volontario e nazionale, tipo quello svizzero, cioè tipo quello che era stato bocciato in Parlamento nel 1861. Un piano extraparlamentare che intanto lo obbligò ad assistere a uno spettacolo al Regio con i figli Menotti e Ricciotti (palco 29, fila 2), fra poeti improvvisati e la sinfonia del «Guglielmo Tell», poi la mattina dopo alle 8 inaugurazione del Tiro a segno, con Garibaldi che spara il primo colpo sul cerchio 5 del bersaglio (buono ma non ottimo), la sera vibrante discorso nel Teatro di San Giovanni in Via Petrarca alla Società operaia, a fianco di Bixio, del senatore Giacomo Plezza, di Crispi e di Federico Bellazzi.
 La sera scrive una celebre lettera pro-carabine a Faustino Tanara (tra l’altro consigliere del tiro a segno di Parma), il 1° aprile pranzo alle 10 da Antonio Marchi – a Palazzo Marchi c’è tuttora una lapide in memoria – e frase celebre annessa («con Bixio si vince sempre»), poi di nuovo spettacolo di beneficenza al Regio e finalmente mercoledì 2 aprile partenza per Casalmaggiore. Il tour era finito, e poteva cominciare il concorso a premi del Tiro a segno di Parma, vinto da tale Achille Marra. Da notare che in mezzo a tutto questo, il pomeriggio del 31 marzo Garibaldi era riuscito a trovare il tempo di andare - e poi ci tornerà a pernottare – fino al Ferlaro per visitare la marchesa Teresa Araldi Trecchi, che già lo aveva ospitato l’anno prima. E così di questa tre giorni parmigiana abbiamo, oltre alle foto, i discorsi e le lettere, anche il riposo del guerriero.

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