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Il trattore e le rose

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di Gianni Croci

Febbraio manteneva fede all'inverno portando neve e gelo. La terra aveva bisogno di essere penetrata e irrorata per rinvigorirsi, cancellare polvere, foglie secche, alberi macilenti, campi «senza fiato e ossigeno» attraversati da un autunno e un gennaio privi d'acqua e di vita agonizzanti nella siccità di una imprevedibile lunga sete.
Rodolfo, giovane contadino donatore di sangue, uomo di fatica sempre con il sorriso sulle labbra, innamorato della terra e del suo lavoro, sostituiva lo strame nella stalla, riempiva la mangiatoia di fieno, accudiva le vacche che verso sera le avrebbe attaccate alla mungitura automatica, raccolto il latte nei bidoni, trasportarli al caseificio «Belvedere» per la lavorazione del Parmigiano-Reggiano.
Rodolfo, un bel ragazzo. Sua mamma le aveva confessato di aver pensato a quel nome dopo che suo marito, Alberico, il padre, l'aveva portata a teatro a vedere l'opera «La Bohème» di Puccini. 
Si era emozionata, aveva pianto seguendo la storia d'amore e la vita di Mimì povera fioraia. 
Ad Alberico piaceva la musica di Puccini, perché nelle sue opere e romanze rappresentava e faceva rivivere l'amore di cui tutti ne hanno di bisogno se non vogliono smarrirsi nel labirinto della vita che non è mai facile da seguire.
Il povero Alberico era uomo di terra e di musica. Concetta, sua moglie, era stata una donna che lo aveva aiutato nei campi e a fare la nuova stalla, la stessa che Rodolfo si era dato fare a ristrutturare  con le tecniche che gli anni e il tempo si portavano appresso. 
Rodolfo seguiva le fiere delle bestie, ma al tempo stesso andava a curiosare dove si parlava di macchine e motori per lavorare la terra, attrezzarsi  e risparmiare fatica e denaro. Ci voleva poco a rimanere in coda, ultimi. Rodolfo aveva capito che la terra, i campi, avevano bisogno delle mani dell'uomo, ma anche delle macchine che aiutano, e quando hai lavorato un intero giorno alla sera sei meno stanco. E non ti senti battuto dalla concorrenza.
Con Elena, la donna dei suoi sogni,  la sua sposa, avevano messo in cantiere tre bambini e non c'era giorno che non provassero l'intensa gioia di sentirsi genitori e sposi  pienamente ricompensati. Una casa senza il lamento fragile di un lattante e l'infinito sorriso di un bimbo è buia come una notte senza luna. è come attraversare un bosco in una giornata ombrosa d'inverno, senza sole.
Elena, una bella donna dai capelli biondi, lunghi e ondulati aiutava Rodolfo a mandare avanti la piccola azienda con un centinaio di mucche, la raccolta del latte due volta al giorno, il trasporto al caseifico per la lavorazione del parmigiano.
Quel mattino lì avevano al solito fatto colazione insieme nella grande cucina con il camino al centro, la fiamma dapprima ingarbugliata, poi sciolta, affamata e verace che lambiva le pareti prima di incanalarsi su per la cappa raggiungere il tetto della casa e subito dopo fuggire nel cielo per andare a confondersi col buio colore della notte. In quel momento i loro visi s'erano avvampati dai riflessi della fiammata.
Elena si era vestita e preparati i bambini si era avviata in macchina per  portali a scuola in centro del paese.
Rodolfo si era alzato da tavola e sbirciato di soppiatto il calendario a fianco della dispensa si era accorto che era martedì 14 febbraio giorno, in tutto il mondo, di san Valentino. La festa degli innamorati. 
Mai Rodolfo si era lasciato sfuggire la festa di san Valentino, oltre al compleanno di Elena, al giorno del loro matrimonio.
Una macchina l'aveva Elena, una sua madre per le sue spese, la sua era dal meccanico. E non doveva lasciar cadere la festa senza il mazzo di rose per la sua Elena. Aveva a disposizione soltanto il trattore. Per acquistare un mazzo di rose rosse andava bene anche il trattore. Il cingolato che usava nei campi. Fu una decisione rapida. E alla sera Elena aveva in tavola le sue rose di san Valentino. 

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