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Natura e superiorità morale

Natura e superiorità morale
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Sergio Caroli

Il 28 giugno di trecento anni fa nasceva Jean-Jacques Rousseau. Del grande filosofo e scrittore parlo con Michel Porret, professore di Storia dell’Illuminismo all’Università di Ginevra, cattedra nella quale è succeduto a Bronislav Baczko, premio Balzan 2011, del quale è stato assistente.
Condirettore delle «Annales Jean-Jacques Rousseau», Porret è riconosciuto come il massimo studioso vivente del Ginevrino dopo Baczko.
Professore, mi consenta, in primis, la domanda sulla «vexata questio»: Rousseau dispotico o liberale?
Rousseau non è né dispotico né liberale. E’ un autodidatta dei Lumi che può scrivere sull'origine dell’ineguaglianza sociale, la sovranità politica, i diritti naturali dell’individuo, la musica, la pedagogia, l’allattamento materno, il diritto costituzionale. A disagio nelle reti della mondanità letteraria dopo il 1750, questo figlio di orologiaio esprime, secondo Baczko, il «sentimento lacerante d’essere straniero nel mondo in cui vive». Interiorizza l’alienazione sociale che avverte per strutturare la sua visione critica del mondo sociale e politico. L’opera sua - filosofica, politica, pedagogica, ma anche scrittura moderna dell’intimità individualista nelle «Confessioni» o nei «Dialoghi» - esprime la modernità culturale ed emanicipatrice dei Lumi, che egli radicalizza nel quadro della disgregazione delle norme dell’Ancien Régime Rousseau è alle supposte radici del totalitarismo del XX secolo?
Sì, ma nel senso che il «Contratto sociale» è stato letto in tutta l’estensione dello spettro politico post-rivoluzionario, ossia, delle esperienze politiche che dallo Stato liberale vanno allo Stato autoritario. Sono gli usi sociali e politici postumi di Rousseau che forgiano i contraddittori rousseauismi. Gli ideologi politici ne fanno il dottrinario della democrazia radicale di stile giacobino, oppure, dello Stato di diritto per una società borghese, o dell’autoritarismo che distrugge la democrazia liberale e rappresentativa.
Perché il «Contratto sociale»  resta uno dei libri fondamentali della democrazia contemporanea?
Questo piccolo libro sulla sovranità assoluta del popolo enuncia problemi piuttosto che soluzioni politiche. La sua originalità risiede meno nella formazione d’una dottrina filosofico-politica coerente che nell’enunciazione, talora contraddittoria, di problemi irrisolti della sua epoca: ruolo della religione, educazione, pedagogia, contratto sociale e sovranità, civismo, utopia. La sua attualità si articola nelle interpretazioni rinnovate e nei dibattiti contraddittori che suscita da quando apparve, nel 1762. A Rousseau succedono i rousseauismi, come mostra la sua controversa presenza nella Rivoluzione, che è esemplare degli usi politici diversi del suo pensiero politico. Egli offre all’immaginario rivoluzionario il linguaggio di cui ha bisogno per legittimare la rivendicazione egualitaria, per edificarne i principi giuridici e costituzionali. I Girondini ne fanno l’apostolo della moderazione; i Giacobini lo idoleggiano come il dottrinario della radicalità politica che culmina nel Terrore.
Dunque, nel 1794 Rousseau non appartiene più a sé...
Dopo quelle di Voltaire, le sue ceneri entrano nel Panthéon sotto il Termidoro. Si rende immortale la filosofia della natura, della moderazione e della riconciliazione nazionale contro gli eccessi dei giacobini. L’attualità politica del Ginevrino sotto la Rivoluzione come momento fondante della modernità politica consiste nella liberazione dalle funzioni ideologiche del rousseauismo per concepire l’invenzione della democrazia. 
Voltaire e Rousseau sono due figure antagoniste a tuttavia complementari. Quali opposte tensioni personificano?
Tutto separa le loro biografie, anche se i loro destini postumi convergono al Panthéon, poichè i due uomini di lettere incarnano, a loro modo, la perfettibilità dei Lumi. Figlio di un notabile, Voltaire segue un’educazione classica propria dell’élite sociale dei tempi suoi. Orfano di madre, Rousseau è un autodidatta che fabbrica il sapere di cui ha bisogno. Inserito negli ambienti mondani e letterari di Parigi, Voltaire appartiene all’intellighenzia : autore drammatico di successo, poi storiografo di Luigi XV, amico di Federico II di Prussia, poi gran signore che vive nel lusso nel suo castello di Ferney. Nel decennio 1760 Voltaire è il campione dei diritti dell’uomo durante l’«affaire Calas». Vagabondo e apostata, intellettuale ai margini, che rinuncia alla cittadinanza ginevrina dopo la censura dell'«Emilio» e del «Contratto sociale»  nella città natale, «filosofo in soffitta» in rotta con la mondanità, misantropo prima della morte, Rousseau incarna la nuova sensibilità, l’individualismo che dopo il 1760 frantuma, a seconda delle crisi esistenziali, le pesantezze comunitarie dell’epoca. Innamorato folle del teatro, Voltaire ama il lusso che ritiene un fattore di progresso. Ostile alla commedia, incompatibile con lo spirito repubblicano, Rousseau ama la semplicità puritana di un ritorno alla natura come quadro idealizzato della saggezza filosofica. Voltaire è immensamente ricco, Rousseau vive miseramente copiando della musica. Alle soglie della morte, è costretto ad accettare l’ospitalità del marchese de Girardin à Ermenonville per vivere in modo passabile. 
 Al di là dei clichés esistenziali, cosa li unisce?
Tutto li riunisce forse nella cultura dei Lumi. A loro modo, malgrado la rivalità letteraria che li divide pubblicamente, essi incarnano la potenzialità degli individui che aspirano alla superiorità morale per pensare e per cambiare il mondo.

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