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Sardegna, radici ritrovate

Sardegna, radici ritrovate
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di Francesco Mannoni

Vincenzo Chironi, il protagonista di «Nel tempo di mezzo», secondo romanzo della trilogia nuorese che lo scrittore Marcello Fois ha iniziato con «Stirpe», è nato a Trieste, ma suo padre era sardo, perciò lascia il continente incontro alle sue origini. Il ritorno a Nuoro s’impone come una presa di coscienza della propria identità. Vincenzo arriva in Sardegna per conoscere il nonno Michele Angelo e il resto della famiglia, passata attraverso sventure e drammi che ne hanno segnato il destino. Ben presto però si lascia coinvolgere da un sentimento che si traduce in assuefazione ai luoghi e alla gente. E quando l’amore per Cecilia lo perderà in una dimensione sconosciuta, il suo orgoglio sarà pungolato e sottoposto alla volubilità femminile. «Questo è il secondo tomo della trilogia che sto scrivendo – commenta Marcello Fois, che con questo romanzo ha realizzato una non facile impresa, essendo finalista ai due maggiori premi letterari italiani, lo Strega e il Campiello -, ma ogni libro è autonomo, e sono tre isole che insieme fanno un piccolo continente. E’ un progetto che ho sempre avuto: raccontare un posto più che la gente che ci abitava. Ma forse, quello che m’interessa di più è il rapporto fra l’uomo e la terra piuttosto che le vicende di questa gente. Una sardità più fisica che mentale quella di Vincenzo. Lui è puro, perché non ha pregiudizi né positivi né negativi sulla sua origine. E’ onesto intellettualmente, e per me è una specie di prototipo dell’uomo che si sceglie la sua identità. Lui vuole farsi sardo, decide di diventare un isolano, calpesta il suo territorio e fisicamente si mette in contatto con lui, capisce com’è fatto, cosa c’è dentro».
Non c’è qualcosa di enfatico in questo?
Da un certo punto di vista volevo enfatizzare diversi aspetti del libro. Senza enfasi il romanzo non ha respiro né storia e a me interessava arrivare a un punto fermo. Com’è successo in ''Stirpe'', quando tutto sembrava spento, si riaccende una scintilla di speranza. Così in questo c’è un dato meccanico che salva l’ultimo figlio grazie all’invenzione dell’incubatrice che coincide con i tempi della storia che racconto. Io sono uno dei primi figli del progresso medico, perché venendo da una madre che aveva grandi difficoltà a portare a termine una gravidanza, sono stato fatto nascere in anticipo per correggere la natura dissipatrice.
Quanto le somiglia Vincenzo?
Questo è il mio libro a più alta densità autobiografica. Tutto quello che sembra assurdo è vero, tutto quello che sembra vero me lo sono inventato. Questa è la mappa del romanzo. Sono il figlio unico di una famiglia i cui zii e zie avevano tantissimi figli. La famiglia numerosa era importante per costruire lavoro e generare forza in casa. Mia madre, per una serie di circostanze, non ha potuto avere altri figli oltre me, e Vincenzo è l’unico personaggio di cui abbia mai scritto in vita mia, che ha lo stesso nome dell’essere a cui mi riferisco: mio padre.
La ricostruzione quasi biblica della Sardegna in certi passaggi è  desunta dall’eco della sua memoria?
 Io la ricordo così, e mi sono convinto scrivendo, che la modernità della Sardegna, oggi passa attraverso il ricordarsi di quella arcaicità che era il rapporto semplice e diretto fra gli uomini e la terra. Credo che parte della crisi attuale dipenda dal fatto che i sardi, quella forma di rapporto ce lo siamo dimenticato e ci siamo autocolonizzati. Non sono un passatista o nostalgico, ma gran parte delle difficoltà dei sardi dipendono dal fatto che non ci conosciamo.
Questa modernità lei la ricorda con la lotta antimalarica in tutta la Sardegna con il Ddt.
La lotta antimalarica è una prova mitica che Vincenzo deve superare per essere ammesso nella comunità sarda. E per questo deve abbattere dei mostri, le cavallette, condanna biblica per i sardi, e le zanzare che ci hanno indebolito facendo bottino del nostro sangue in modo vampiresco. Mio padre uno dei primi lavori che fece da ragazzo fu lavorare nelle squadre della fondazione Rockefeller e per noi a casa c’era sempre il mito del piretro, pompette di latta con il quale spruzzavamo quel prodotto un po’ tossico ma miracoloso. In sostanza, il mio libro è anche un omaggio alla paternità.
Qual è  la Nuoro che trova oggi?
Trovo un disastro. Abbiamo fatto molte conquiste sul piano della sussistenza, ma abbiamo ceduto molto sul piano della cultura e della sobrietà. Siamo diventati volgari, lagnosi: invece eravamo sobri, efficaci. Lo dico senza rimpianti del tipo si stava meglio prima. Sotto molti aspetti si sta meglio oggi, tutti abbiamo il bagno in casa e le scarpe, ma culturalmente siamo sprofondati nel nulla. Con la terra, al turismo abbiamo venduto anche la nostra integrità.
Nel tempo di mezzo - Einaudi, pag. 263, 20,00

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