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La solitudine è la mia casa

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di Marta Silvi Bergamaschi
«Signora, mi scusi, posso esserle di
aiuto?». Emma si girò. Un signore alto, elegante, la osservava. Non si può stare tranquilli neppure al bar, pensò lei. «Utile perché?» si decise a rispondere. «Mi pareva piangesse» sussurrò incerto l’uomo. Emma mise gli occhiali scuri, visto che da un’altana il sole, dispettoso e caldissimo, l’infilzava con i suoi aghi atroci. «E’ il sole - rispose Emma - l’ombrellone è troppo piccolo, non ripara. Soffro di congiuntivite». Intanto due goccioloni, due piccoli luminosi cristalli, le decoravano le guance già perfettamente abbronzate. «Può parlare, se crede, se le fa piacere. Sono uno psicologo. Lei, signora, piange».
«Non piango affatto: mi scusi non le consento di entrare in questo momento, esclusivamente mio, perché si presenta come psicologo. E’ una presuntuosa leggerezza. Comunque la ringrazio».
«E allora?».
L’uomo la guardava. La bocca di Emma era socchiusa sui denti di perla, piccola e rossa con due virgolette ai lati, allegramente tirate in su, ironiche; le labbra tremanti pareva chiedessero ininterrottamente… che cosa, si chiese l’uomo. Baci, carezze, amore? Era una presenza piacevole e inquietante. Il professore ne fu turbato. Bravo psicologo, disse a se stesso, la radice delle cose mi sfugge; è come mi trovassi davanti un foglio bianco. Se dovessi scrivere non saprei dove collocare punti e virgole. Alla mia età! Lei e io siamo due persone mature. Ma che cosa significa? «Mi chiamo Emma»  disse improvvisamente la donna. «Ugo» rispose lui.
«I discorsi -  disse Emma -  sono una rete piena di buchi da cui le parole escono come pesci spauriti. Tutto è un compromesso. È difficile essere se stessi».
«E il silenzio?».
«Il silenzio è la grande dimora del pensiero; a volte è così profondo che ci consente di udire l’ora che passa».  Il bar, in un antico borgo della città, piccolo e discreto, era deserto. Sempre poco frequentato, è vero, ma quel giorno era davvero vuoto. Una canzone usciva sommessa dall’interno, una canzone di Mina di cui Emma non ricordava il titolo.
«Quanto è brava» disse Emma. «Veramente»  rispose Ugo.
«Nulla come le canzoni rimuovono dentro di noi ricordi, emozioni: il nostro passato può essere rivissuto, dilatato da una canzone. Sto forse dicendo delle sciocchezze» concluse Emma.
«Affatto -  rispose lui - anzi stavo pensando che parliamo come due vecchi amici. Devo ringraziare le sue lacrime».
«Sì, erano veramente lacrime. Ma preferirei non parlarne».
«La capisco. E… vedo due fedi al suo anulare sinistro».
«Sono vedova. E la solitudine… la solitudine preme da ogni parte, spegne ogni lume. Ho perso un uomo meraviglioso. No, non ho figli. Soltanto ricordi. E i ricordi sono isole nel mare, o salgono uno a uno da remote pianure di dolcezza. Le conosce le parole di Brancati? “Se non potessimo di tanto in tanto coprirci di ricordi fino ai capelli, come il bagnante di sabbia calda, noi moriremmo di freddo''».
Tacque. Il silenzio ricadde tra di loro come un velo fitto. Ugo la guardava smarrito: guardava l’ovale trasparente, gentile del viso, le rughe appena abbozzate come disegni astratti, gli occhi grandi viola scuro, penetranti e sempre bagnati di rugiada. Emma gli piaceva.
Provava per lei un sentimento improvviso: amore? Non lo sapeva. Era contento di avere incontrato una donna: una donna fragile e forte, che sapeva piangere. Ricordi e lacrime: istanti preziosi in un mondo superficiale, pieno di dolore, è vero, un dolore sociale, come un creditore insolvente; Emma e il suo pianto erano nutrimento dell’anima. La pena di lei, Ugo la sentiva dentro, un ago di ghiaccio, una vita rotta, che avrebbe voluto ricomporre come si ricompone un oggetto caro che il vento ha con violenza rovinato.
«Emma -  le disse - io sono solo con la mia “ambigua” professione: non so trovare neppure le parole per dirle…». «No - rispose Emma - lei è una persona gentile, educata e mite. Ma il dolore è la mia musica, la solitudine la mia casa». «Non crede di poter essermi amica?» «Certo: l’amicizia è l’ombra che ci segue. Ci rivedremo, Ugo, qualche volta, in questo bar».  Si alzò, gli sorrise. Se ne andò lentamente nello strano pomeriggio che stava per finire.

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  • Carpanini Alberto

    11 Luglio @ 13.04

    Brano emozionante e profondo... bellissimo. rispetto il grande dolore di Emma, ma questo dolore non deve uccidere un'altra pesona, la vita deve continuare anche per Emma, governata da un giusto equilibrio di ricordi, emozioni e momenti di solitudine.

    Rispondi

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