Arte-Cultura

Verdi, la storia si ripete

Verdi, la storia si ripete
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Giuseppe Martini

Senza soldi le idee servono a poco, e nel 1912, alla vigilia del primo centenario della nascita di Giuseppe Verdi, a Parma non solo c’era incertezza sui soldi disponibili per le celebrazioni ma anche lo sfavore degli eventi: il Paese si era impantanato da mesi nella guerra contro gli Ottomani in Libia, con la benedizione persino degli intellettuali («la grande proletaria s’è mossa») e con la complicazione della strage di Tobruk che esacerbava le correnti antibelliche, Vittorio Emanuele aveva rischiato la vita in un attentato, il Nord era agitato da scioperi, manifestazioni e conflitti fra braccianti e neoborghesia agraria; e i socialisti erano in confusione: proprio il 10 luglio il congresso nazionale di Reggio Emilia, quello che espulse Bissolati e Bonomi dal partito, nominava Mussolini segretario generale.
A differenza di oggi, nel 1912 per il centenario verdiano non mancavano le idee, anche se nel dubbio di poterle realizzare si stava attenti a parlarne. Un Comitato esecutivo per il Centenario esisteva già, udite udite, dal 7 maggio 1911 – presieduto dall’ingegner Guido Tedeschi, con presidenza onoraria al presidente del Senato Giuseppe Manfredi, vicepresidenti Arrigo Boito e i ministri Nitti (Agricoltura) e Credaro (Istruzione), direttore amministrativo il musicologo Mario Ferrarini, e sede presso la Camera di Commercio – eretto a ente morale da un decreto regio del 4 aprile 1912; ma proprio in quanto ente morale non avrebbe potuto assumersi i rischi di una gestione teatrale, e c’era bisogno di certezze finanziarie da parte delle istituzioni e di progetti concreti da parte dell’uomo designato a tracciarne i destini artistici, a dirigerne le opere e a formarne i cast, cioè Cleofonte Campanini. Ma Campanini in quel momento se ne stava a Chicago a guidare i propri trionfi personali, e qualsiasi accordo, senza fondi sicuri, era ancora una chimera.
Di fronte a questo cane che si morde la coda restavano le idee esposte dal sindaco Giovanni Mariotti nel consiglio comunale del 12 giugno 1911: festeggiamenti «che dovranno principalmente consistere nell’esecuzione delle opere del Grande, dalle primissime, via via fino alle ultime» con Campanini che avrebbe fatto per Verdi «quel che Bayreuth farà per Wagner» (nota bene: oggi lo stucchevole punto di riferimento è invece Salisburgo) e «a Verdi Parma inaugurerà pure un monumento, che si sta allestendo», ma che sarà compiuto solo nel 1920 nell’ex-Foro Boario riprogettato da Moderanno Chiavelli di fronte alla stazione grazie a una quantità inusitata di cemento e al bronzo fuso da cinquantotto cannoni rottamati dagli arsenali dello Stato.
In attesa dei soldi per realizzarlo, compresi quelli promessi dalla riccona americana Edith Rockfeller McCormick (guarda caso mecenate di Campanini), il suo autore Ettore Ximenes nel 1912 donava intanto alla città una targa con l’immagine di Verdi. Non dev’essere stato quindi solo per gusto giornalistico ma per muovere un po’ le acque d’accordo con il Comitato se la «Gazzetta» nell’aprile del 1912 decise di dedicare una pagina intera allo stato organizzativo delle celebrazioni con la scusa di offrire quelle «indiscrezioni che sono una caratteristica e quasi un diritto del Quarto Stato» (sic!): vennero così alla luce le idee su quelli che oggi verrebbero chiamati «eventi collaterali», cioè una Mostra verdiana, una Mostra storica sul teatro italiano con laboratorio scenografico, manichini riproducenti compositori celebri e una riproduzione di quadri scenici definita «la great attraction» dell’esposizione, una Mostra contemporanea d’arte emiliana, una di motocultura promossa dal Touring Club e dalla Federazione dei Consorzi agrari, concerti, e Mostre agricole e industriali affidate alla cura dell’agronomo Antonio Bizzozero, poiché «Verdi intuì la missione riserbata all’agricoltura nell’evoluzione sociale».
 Verissimo che il fattore di Sant’Agata era stato imprenditore modello, ma la volontà era sfruttare il ritorno economico cospicuo che le celebrazioni avrebbero avuto su una città che dopo l’abbattimento delle mura e la realizzazione della circonvallazione stava avviando un proficuo processo di modernizzazione, industrializzazione e municipalizzazione dei servizi (gas e elettricità); così, oltre a ripulire e restaurare il centro storico, illuminare Ponte Verdi, sfrattare i baracconi da Barriera Garibaldi e riparare il Teatro Farnese per l’inaugurazione, si pensava di introdurre l’illuminazione elettrica nel Teatro Regio, che avrebbe dovuto ospitare le opere dirette da Campanini. Tuttavia fino al gennaio 1913 di quelle opere Campanini non farà sapere alcunché,  nell’ansia del Comitato, e solo negli ultimi mesi si contrattualizzeranno i cast per i sette titoli in programma fra 15 settembre e 10 ottobre («Oberto» in prima parmigiana, «Nabucco», «Un ballo in maschera», «Aida», «Falstaff», «Don Carlo» e «Requiem») a cui il comitatino delle
celebrazioni di Busseto risponderà (ma solo a 1913 inoltrato) invitando Arturo Toscanini a dirigere «Traviata» e «Falstaff», e pensando a una mostra anch’esso, ma moto-automobilistica.
 Nonostante la «generazione dell’Ottanta» riunita sotto il nome di Camerata Parmense avesse cercato di metterlo da parte in nome dell’avanguardia, Verdi era ancora il totem implicito della cultura musicale parmigiana, e non a caso nel gennaio 1912 era stato appena allestito «Rigoletto» al Regio: certo, il 27 gennaio e il 10 ottobre erano passati inosservati, ma la partita del Centenario era troppo grossa per poterla mancare. Aspettando i fondi sbandierati da Camera di Commercio, Provincia, Cassa di Risparmio e Governo, nel 1912 tutti gridavano di voler partecipare alla festa ma di concreto c’erano solo i progetti.
 Intanto si cominciava a mettere in colonna qualche cifra: per le opere 266.730 lire (pari a circa 985.900 euro odierni) a fronte di un introito pari a 258.600 lire (955.800 euro) comprese le 150.000 lire, cioè oltre 550.000 euro di oggi, in dotazione al Comitato, che avrebbe consentito di avvicinarsi al pareggio anche grazie al fatto che, fra queste, le 70.000 lire per i cantanti (oltre 250.000 euro) erano a carico del Comune. È veramente passato un secolo.

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