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Bussoni e l'epopea delle pepite

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Roberto Longoni

Polvere e fango, piombo, sangue e sudore, coraggio e menzogna, incubo e sogno. Oro, in una parola; oro, in una casella della tavola degli elementi. Infinite le sfaccettature della madre di tutte le pepite: ha tanti volti quanti coloro che le diedero la caccia. Centinaia di migliaia di uomini (e donne e bambini) in suo nome si misero in cerca  della preziosa svolta,   abbandonando tutto. Cercavano l'eden e si ritrovarono  su una strada cosparsa  di bassezze umane, tracciata in una natura grandiosa e spietata. A metà tra la storia e il mito, delirio generale  e luccichio avvincente sono  descritti ne «La febbre dell'oro. L'America dei cercatori di fortune» di Mario Bussoni (Mattioli 1885, 175 pagg., 18 euro).  I protagonisti-vittime di questa epopea bucarono i monti a caccia del filone giusto, setacciarono le sabbie dei fiumi in cerca delle sue briciole; lo storico e viaggiatore parmigiano ha fatto altrettanto  tra decine di testi. Un'esplorazione tra i libri e sul posto: con racconti di luoghi vissuti in prima persona, come  Skagway in Alaska e  Dawson City e il Klondike nello Yukon di londoniana memoria. O come la California, dove -  si legge a inizio libro - tutto cominciò, il 24 gennaio del 1848. Quello che poi guarda caso sarebbe diventato il Golden State, fino ad allora non era che lo stato americano più lontano dall'Europa. Non a caso ci si era stabilito Johann August Sutter, commerciante svizzero in fuga da mute di creditori. In riva al Pacifico,  aveva fondato il centro della Nueva Helvetia, fiorente colonia di 19.425 ettari, con dodicimila bovini, diecimila pecore e duemila tra cavalli e muli. «Imponendosi come un monarca assoluto ma illuminato - scrive Bussoni -, lo svizzero si ritrovava a capo di un vastissimo impero, avendo tra l'altro ai propri ordini alcune centinaia di pellerosse e un buon numero di bianchi». Fu un suo capo carpentiere, James Wilson Marshall, a scoprire per caso una grossa pepita lungo l'American River. Valeva un centinaio di dollari e «pagò» il  biglietto per una corsa collettiva verso la follia. La scoperta doveva restare un segreto. «Ma le donne e il whisky fecero trapelare qualcosa» raccontò  Sutter. E in giugno orde di cacciatori di ricchezza facile erano già in corsa verso il West, convinte che per fare fortuna occorressero «solo una pala e un secchio».
Per i più non fu così, ma quegli attrezzi di certo bastarono a seppellire per sempre la Nueva Helvetia e a condannare a una morte in miseria Sutter e Marshall, rovinati da «quell'oro maledetto». In un solo anno  oltre centomila persone si lanciarono in cerca del Nuovo Eldorado.  Si svuotarono città, si riempirono luoghi fino ad allora deserti. La febbre coinvolse anche Samuel Clemens (il futuro Mark Twain), che, persa l'occasione di vendere la propria parte alle società Wide West & Johnson che s'erano fuse, avrebbe poi scritto: «Come unica consolazione, posso dire di essere stato, senza dubbio, milionario per 10 giorni».
Lui la prese bene, ma altri arrivarono a togliersi la vita per il mancato appuntamento con la ricchezza. A guadagnarci di certo, alla fine, fu la stessa California, che grazie alla travolgente impennata di vitalità  sarebbe diventata la parte più ricca del Nuovo mondo. Golden State che Bussoni, acceso lo sguardo curioso del viaggiatore, attraversa  lungo le tracce della vena madre, sull'Highway 49 dai paesaggi maestosi e sorprendenti. Ma prima dell'esplorazione tocca alle «istruzioni per l'uso» per la ricerca del nobile metallo: nel caso qualcuno volesse spadellare il greto di qualche torrente. Nozioni utili anche qualche parallelo più a nord, in Alaska e Canada. E' qui, nel cuore della natura selvaggia, che scattò la seconda Gold Rush, nel 1896. La scoperta che accese la nuova febbre avvenne lungo il Bonanza Creek. Scoperta fortuita, manco a dirlo. Era sera, quando George Washington Carmack, boscaiolo-cacciatore sposato con un'indiana, mise il piede «su uno dei più grandi giacimenti d'oro mai visto a memoria d'uomo» scrive Bussoni, che cita le parole dello squaw-man: «Sui ciottoli c'era tanta polvere d'oro, che sembrava burro da spalmare sul pane». Presto, i porti di San Francisco e Seattle verranno travolti da una stampede (la fuga di una mandria impazzita) senza eguali. Alla volta del Grande Nord,  s'imbarcarono centomila cercatori di fortuna.
 Fu un'epopea colossale, ben più impegnativa e rischiosa di quella californiana. Tra il porto di sbarco (se non si era naufragati prima) e i campi auriferi c'erano da superare ostacoli quali il White Pass o il Chilkoot, con la sua pendenza del 45 per cento, con l'obbligo (pena il respingimento da parte delle Giubbe rosse) di  portar con sé scorte per un anno. Una zavorra di una tonnellata, necessaria per sopravvivere in un territorio estremo, nel quale il termometro può scendere fino a meno 60. Ma il gelo non fu l'unico nemico: sulla via per l'agognata ricchezza ci furono le malattie (quali la febbre tifoidea), le paurose rapide dello Yukon, le valanghe che uccidevano decine di stampeders alla volta, i grizzly e  animali  ancora più pericolosi: gli uomini. Il luccichio dell'oro attirò bari,  imbroglioni, violenti d'ogni risma. Come Albert Johnson, che rapinò e uccise cercatori e giubbe rosse, sopravvisse tra i monti a -40, fino a quando non venne crivellato dalle fucilate dei mounties. Terra estrema per la natura e per l'uomo. Immensa miniera d'oro e di avventure. Un giovane scrittore di nome Jack London (che di pepite ne trovò ben poche) da lassù tornò con una scorta di storie che fecero di lui uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi. Bussoni ora rialza il coperchio su questo luccichio di  pepite, ghiaccio e slancio vitale. Febbre che ancora contagia, almeno l'immaginario collettivo.

La febbre dell'oro. L'America dei cercatori di fortune
    Mattioli 1885, pag. 175, € 18,00

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