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Giacometti e sue ombre

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Manuela Bartolotti

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? Questi punti interrogativi sono la materia di cui sono fatte le sculture, anzi le ombre scolpite di Alberto Giacometti esposte al Forte di Bard di Aosta in una grande mostra di ben 120 lavori - tra sculture, disegni, oli, litografie - dal titolo «L’homme qui marche», a cura di Isabelle Maeght (i Maeght sono i maggiori collezionisti dell’artista) e Gabriele Accornero, dal 7 luglio al 18 novembre 2012. E proprio «L’uomo che cammina» è l’opera forse più celebre dell’artista svizzero, battuta all’asta di Sotheby’s nel 2010 per più di 104 milioni di dollari.Cammina verso dove? Va disfacendosi alla luce o è l’ombra al tramonto di una realtà ormai invisibile? L’assalto dei dubbi è dietro ad ogni linea dei suoi disegni, ad ogni sguardo dei volti sospesi in un vuoto che non rimanda voce. Alberto Giacometti (Borgonovo 1901-1966) è stato il più rivoluzionario della sua famiglia di artisti (padre e fratelli pittori), perché interprete delle ansie e delle inquietudini del nuovo secolo. Giovanissimo, ha sondato la figura umana con acribia naturalistica concentrandosi soprattutto sullo sguardo; a Parigi s’è poi avvicinato al surrealismo di Breton, quasi per chiudere in un’aporia filosofica la disarmonia esistenzialista. Ha conosciuto e approfondito le visioni di Picasso, Jean Cocteau, Jean Paul Sartre, Samuel Beckett, non dimenticando le suggestioni dell’arte africana, riscoperta dalle avanguardie all’inizio del XX secolo.Ecco che l’uomo va frantumandosi, denudandosi, irrigidendosi in infiniti istanti, muovendosi in «successioni di punti d’immobilità», in silenzi progressivi, con passi pesanti e invisibili, come sulla neve, in una luce corrosiva. La vita brucia nell’attesa della vita, di una risposta piena, totalizzante che è come il nome Godot (Dio?) del celebre dramma di Beckett. E resta tale. Mentre le ombre fremono al rintocco del mistero.Si sa, gli artisti non sono solo interpreti del loro tempo, ma anche profeti e in quelle figure scarnificate si prefigurano le larve delle guerre, i prigionieri, i fantasmi dei campi di sterminio poi riproposti con drammaticità da Zoran Music. Così nei volti delle sue grafiche, il segno sembra scavare e quasi rimescolare l’apparenza per lasciar emergere solo la sostanza e un’allucinata presenza, anticipando i successivi disfacimenti di Bacon, i tormenti carnali di Lucien Freud. Mentre il concetto di spazio – non più posseduto, riempito, ma subito, dove la forma si sgretola o è inghiottita – è quello stesso della pittura di Morandi, del taglio di Fontana.La possanza michelangiolesca, l’equilibrio leonardesco, il classico dominio del corpo e delle anatomie sono agli antipodi di questa modernità che all’essere sostituisce la sua polvere, alla certezza l’oscillare di una candela nel vento.Come Picasso o Kandinskij nella pittura, Giacometti nella scultura segna un punto di non ritorno, ineludibile per gli artisti successivi e che ha fatto soprattutto scuola nella plastica d’Oltralpe, dei paesi del nord, Austria e Germania in primis.Queste esili creature sembrano innocue, ma sono come note tirate al massimo di un grido - ricordate Munch?-, diapason in crescendo di un’angoscia ad ultrasuoni. Vengono incontro, cadenzando inquietudini e affollano di dubbi l’incedere dei giorni. Allora ci accorgiamo che l’artista li ha materializzati dal deserto della coscienza. Ci riconosciamo. O ci perdiamo affacciati alla superficie increspata della verità, al suo riflesso tremulo. E sotto? E oltre? E poi?«Neve che conserva l’impronta di un uccello». Ecco come ebbe a definire Jean Cocteau la suggestione poetica di Giacometti. L’arte risponde alle domande esistenziali con l’incantesimo del paradosso, perché proprio in esso sta la soluzione: l’ombra è materia, la fragilità è forza, l’apparenza sostanza, la risposta è la domanda, il silenzio è grido, l’avanzare è infinite soste, la fine è l’inizio.Ma non l’aveva già detto Shakespeare? La vita non è che un’ombra in cammino...In ogni epoca i quesiti sono sempre gli stessi e l’uomo procede tra ombra e luce. L’artista ce lo ricorda. Quell’ «esserci» pone dunque il problema che attraversa tutto il Novecento. La lunga ombra dell’ «homme qui marche» giunge fino a noi. E continua la sua esile marcia. «La morte si sconta vivendo», scrisse Ungaretti. Per Giacometti anche la vita.

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