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De Chirico, classicità metafisica

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Pier Paolo Mendogni

Passano i decenni, cambiano le teorie e i linguaggi dell’arte ma il fascino onirico e visionario di Giorgio De Chirico resta immutato, frutto di una singolare intuizione, quella di portare la misura, il respiro della classicità, assunti nel periodo giovanile in Grecia, in una dimensione fuori dal tempo fisico, su un piano di armonia e mistero che ha colpito Guillaume Apollinaire.
In occasione della mostra di una trentina di quadri, allestita nello studio del pittore a Parigi nel 1913, il poeta scrittore, animatore del surrealismo, sottolineava come l’arte «interiore e cerebrale» di De Chirico non avesse alcun rapporto né con Matisse, né con Picasso e nemmeno con gli impressionisti: la sua originalità era nuova e meritava d’essere segnalata.
L’incontro con Apollinaire aveva una notevole importanza per l’artista e il rapporto proseguiva intenso, pur a distanza, negli anni della guerra poiché nel 1915 De Chirico col fratello Andrea (in arte Alberto Savinio) tornava in Italia per arruolarsi.
Giorgio era nato in Grecia a Volos nel 1888 da genitori italiani e nel 1899 la famiglia si era trasferita ad Atene dove il ragazzo studiava disegno e pittura in un clima culturale legato alla memoria degli splendori della classicità. Con la morte del padre (1905) la famiglia rientrava in Italia a Firenze, ma il suo cosmopolitismo lo portava a studiare per tre anni a Monaco di Baviera. Tornato in Italia (1909), nel 1911 raggiungeva la madre e il fratello a Parigi, capitale mondiale dell’arte, dove venivano elaborate le più innovative teorie: e in questo clima effervescente aveva modo di eccellere per la sua spiccata personalità, che lo portava a dialogare coi nuovi movimenti, il dadaismo, il surrealismo, conservando sempre un proprio linguaggio autonomo, specifico, che verrà etichettato come «metafisico», nel quale convivono classicità e surrealismo; un linguaggio che ha conservato per tutta la sua lunga carriera, conclusasi nel 1978 a Roma, poco dopo aver celebrato i suoi novant’anni. Un linguaggio variegato che si rispecchia nella mostra allestita al Centro Saint Benin di Aosta (fino al 30 settembre) intitolata «Giorgio De Chirico. Il labirinto dei sogni e delle idee» e curata da Luigi Cavallo con Franco Calarota, come il catalogo della Silvana editoriale. Una quarantina di olii, realizzati tra il 1912 e il ’75, e una trentina fra disegni e litografie documentano la genialità di questo artista colto, arguto e raffinato, sempre in bilico tra realtà e sogno giocando tra candore naturale e finzione. «Ha creato un gioco di specchi – scrive Luigi Cavallo – rifrangenze fra passato e futuro» e «con la forza della fissità magica» ha fatto percepire la sua opera «come evocatrice di un’area cerimoniale». «La matinée angoissante» (L’angoscia della mattina» 1912) con le sue ombre nette, col suo silenzioso spazio dilatato dalla geometrica fuga dei portici porta in un mondo di poesia architettonica, che lo stesso De Chirico ha definito «architettura metafisica».
Da qui scaturiscono le celeberrime «piazze d’Italia» nelle quali introduce vari elementi come la statua di un personaggio visto di schiena che scruta l’orizzonte in attesa di un misterioso evento; torri circolari quali citazioni di altri luoghi; la statua di Arianna coricata, emblema della malinconia per la partenza di Teseo ma anche del labirinto (violato proprio grazie ad Arianna) e quindi dell’enigma e della conoscenza. Nel famoso dipinto «La commedia e la tragedia» (1926) i due generi teatrali sono rappresentati da due manichini, sul cui significato si è molto discusso.
«Il manichino – ha scritto De Chirico – non è una finzione, è una realtà, anzi una realtà triste e mostruosa. Noi spariremo, ma il manichino resta».
E manichini sono anche «La muse» mentre le due nude «Figure mitologiche» hanno volumi e gestualità classicheggianti raccordati alla colonna con capitello ionico. Nei «mobili nella valle» il surrealismo di De Chirico mostra tangenze col linguaggio sospeso di Magritte. Ma proprio in quegli anni avveniva la rottura con i surrealisti in quanto De Chirico, «pictor classicus», imboccava la strada del ritorno all’ordine e della ricerca delle radici figurative.
I suoi soggetti diventano «I gladiatori», i «personaggi sulla spiaggia» con richiami storici. Il «cavallo» (1930) è un monumento equestre forgiato con una vitalità barocca ed anticipa quello studio della pittura del Seicento, all’inizio degli anni Quaranta, che segna la fase successiva da lui indicata come «conquista della grande pittura, liberazione dalle catene della brutta e noiosa e crostosa pittura moderna». Compaiono soggetti mitologici – Ippolito sui monti di Creta, Diana cacciatrice – o legati ad ambienti mitologici come i cavalli in riva al mare tra rovine di colonne, gli autoritratti, le nature morte. Negli anni Sessanta c’è il ritorno alla metafisica – definito anche neometafisica - con le piazze con Arianna, i manichini (il Trovatore in varie posizioni, Ettore e Andromaca) e gli dei greci (Giove con oggetti metafisici).

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