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Arte-Cultura

Penna e colori, tropici barilliani

Penna e colori, tropici barilliani
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Giuseppe Marchetti

Dopo «Le cere di Baracoa»  (nella terna vincitrice del premio Fabriano  2010) e «Carte d'Avana» (edito da Fedelo's, premio  Microeditoria 2011) Davide Barilli torna, con «La ragazza di  Alamar» (sempre Fedelo's editrice,   nella collana «Riflessi», giocata sulla sinergia tra testo e immagini) sul diletto argomento cubano, prendendo  spunto da una singolare angolazione prospettica che è quella,  classica, delle parole, anzi: delle  definizioni. Definizioni che trovano splendido riscontro nelle  tavole a colori di Francesco Barilli, piene di un fascino carnoso  e immaginoso. Nove tavole, undici le parole, cioè i capitoli del  racconto, che  trovano una puntuale e precisa  versione in spagnolo nella traduzione del cubano Angel Carballo Camino.
 
Se in  «Carte d'Avana» Barilli aveva  raccolto orme, passi, pensieri,  spiriti e caratteri d'una Cuba antica e recente con impietosa ma  anche dolcissima malinconia, in  «La ragazza di Alamar» il riscontro narrativo affonda nel corpo  della voce e delle voci, partendo  da un'esperienza personale, come sempre, ma anche da un'invenzione che è, per dirla con un  vecchio e nobile titolo gaddiano di Roberto Roversi,  «registrazione di eventi», e quasi  pellegrinaggio alla scoperta di  un labirinto di sentimenti, credenze, miti e ancestrali innocenze. Le tappe sono quelle di  un anomalo alfabeto: Almendrón,  Barbacoa, Cambolero, Después  de la lluvia, Escarcha de unas,  Fumigador, Guagua, Herbiero,  Avenida de Italia, Llega y pón,  Malecón (...le altre lettere, fino alla Z,  verranno raccontate in un  secondo volume). Barilli  con questo  suo vocabolario di auto americane, traballanti soppalchi di  legno, venditori di crack, odori,  dipintrici di unghie, sparatori di  fumo, specialisti delle virtù delle  erbe,  case   fatiscenti, conduttori di mezzi di  trasporto di ogni forma e provenienza lungo  l'Avenida de Italia e il nastro d'asfalto assolato  del Malecón, ci mette davanti  agli occhi una Cuba che non appartiene né alle facili immagini  del turismo di massa, né ai severi  riscontri di quello socialmente  evoluto. Si sta, dunque, in una via  di mezzo: e ci si sta bene, perché è  una zona di conoscenze che, come vuole Barilli, s'intrecciano e  si sovrappongono alle nostre  personali curiosità. Poiché davvero, questi capitoli di un unico racconto  vivono e palpitano di curiosità, con una particolare attenzione – che è anche  dimestichezza – verso l'impalpabile atmosfera della terra cubana, proprio quando Barilli confida nell'io che gira per l'isola. Il  suo viaggio, in realtà, non finisce  mai, da L'Avana ad Alamar dove  incontra una misteriosa e sfuggente figura di donna che l'accompagna e lo intriga: ma non è  un'avventura amorosa bensì la  guida per scoprire certi misteri  che alla fine, poi, rimangono assolutamente tali. Da qui, il fascino del racconto e della sua intima poesia che, per esempio, lo  «herbiero» quasi muterà in miracolo di San Lazzaro.
 
Ci troviamo dunque davanti  non solo l'esito di un soggiorno  non casuale fra gli abitanti di Cuba, con i loro «santuari», le loro  bettole, i temporali violenti (Barilli ci racconta anche l'odore della terra dopo la pioggia), il pellegrinaggio a San Lazzaro e la  visita a Santiago de las Vegas dove nacque Italo Calvino, ma una vera e  propria mappa di quei caratteri e  ambienti che altri narratori cubani, per esempio Reinaldo Arenas e Humberto Arenal ma soprattutto il grande Guillermo  Cabrera Infante hanno codificato e descritto lungo l'asse di quelle che Angel Rama definì «le testimonianze della decrepitezza»  e Borges, invece, la «felicità della  materia narrativa». Barilli, da  scrittore italiano, raccoglie gli  echi di tali diversità e li riconduce alla propria memoria delle  parole diventate personaggi viventi. 

La ragazza di Alamar -  Fedelo's  ed., pag. 78,  11,50.
 

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