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Clientelismo, male antico

Clientelismo, male antico
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Sergio Caroli

Esistevano nell’antica Roma, a moltitudini, individui che, armati di «sportula», si recavano ogni mattina alla «domus» del «patronus» per riceverne gli avanzi della mensa: aggregandosi a lui, non solo riuscivano a sbarcare il lunario, ma gli erano legati da un patto di mutuo soccorso. Erano i «clientes». Quanto maggiore era il loro numero tanto più alto il prestigio del «patronus», che si impegnava a sovvenire alle loro bisogna. In cambio di distribuzioni di cibo e denaro, di protezione, assistenza giudiziaria e sanitaria, i «clientes» si attivavano ad ogni richiesta del patrono; ad esempio, procurandogli voti alle elezioni, fornendogli informazioni, o assolvendo particolari incarichi. Perpetuatasi nel corso dei secoli nella Penisola, tale pratica ha prodotto la figura del cortigiano, fiorita - a scorno degli operosi e dei capaci - specie nelle epoche di decadenza storica. Manzoni ci presenta una cospicua galleria di personaggi di questa specie, emblemi della corruzione e del parassitismo nel XVII secolo: da Azzecca-garbugli a quegli anonimi scrocconi alla mensa del Conte zio, «i quali, cominciando dalla minestra a dir di sì, con la bocca, con gli occhi, con tutta la testa, con il corpo, con tutta l’anima, alle frutte v'avevan ridotto un uomo a non ricordarsi più come si facesse a dir di no». Romano Benini, giurista e docente di Politiche del lavoro presso l’Università La Sapienza di Roma, ripercorre nel saggio «Italia cortigiana. Passato e presente di un modello di potere», la millenaria storia del carattere cortigiano del potere in Italia, esaminando tre distinte epoche storiche: la Roma imperiale, la Roma papale nel Rinascimento e la Roma odierna (Donzelli editore, pag. XII-260, euro 25).

Professor Benini, quali furono i caratteri dell’uomo romano e del suo agire in politica in età imperiale in relazione al clientelismo?
L'epoca imperiale rappresenta fino al quarto secolo un periodo di espansione. Tuttavia questa crescita dipende soprattutto dai liberti, dalla loro azione economica, dall’allargamento della cittadinanza e da un efficace sistema amministrativo fiscale e giudiziario. La centralità nel mondo romano della clientela e della funzione del «pater familias» resta comunque importante. Il clientelismo è ben presente nella mentalità romana, anche se viene temperato, soprattutto nelle province, da un assetto civile e sociale che sostiene e promuove anche la laboriosità, soprattutto dei liberti, i figli degli schiavi liberati, e del popolo, che svolgeva attività artigianali e commerciali. L'Impero romano tuttavia cresce attraverso una precisa distinzione di ceto, tra chi fa politica coltivando clientele e chi per campare deve lavorare.

Lei cita Paul Veyne, già professore del Collège de France a Parigi, secondo il quale nella società romana da sempre «tutte le relazioni erano concepite in base al rapporto di amicizia o di dipendenza». Dubito che Roma potesse reggere per quasi mille anni su basi così fragili.
Pur essendo un notevole studioso della romanità, Veyne non nutre simpatia alcuna per gli antichi romani! La sua però è solo in parte una provocazione: le relazioni del potere a Roma sono di fatto cortigiane, basate sul ceto ancora più sul censo e sui legami amicali e famigliari. Non bastava il denaro per fare politica ed avere consenso. Le basi clientelari del potere si reggevano perchè, per vari motivi , tra cui le enormi ricchezze giunte dalle province, l'economia non ne era compromessa.

Parliamo del clientelismo oggi. In che misura la crisi economica lo favorisce?
Il clientelismo è un flusso costante che parte dalla raccomandazione e finisce nella corruzione. Il clientelismo è una della cause di questa crisi economica, più che una conseguenza. La rete clientelare danneggia il capitale sociale, quello culturale e quindi quello economico. La nostra non è una crisi semplicemente finanziaria, ma va letta come una crisi complessiva, in cui l'aspetto finanziario è conseguenza della crisi culturale e sociale.

Quindi la crisi offusca la coscienza del diritto e  favorisce il culto del potere.
Lo stile cortigiano del potere cresce dove le cose si ottengono per favore e non per diritto. La politica italiana ha la grave responsabilità di essere parte di questo problema e di non poter quindi determinare la soluzione. I parlamentari sono nominati, i membri delle segreterie di partito sono cooptati, gli assessori sono indicati dal Presidente. Sono modalità di raccomandazione, in cui il capo indica l'amico fedele. Tutto questo sta devastando la cultura diffusa nel Paese ed il bene comune.

Come superare il sistema cortigiano e affermare il valore delle persone nella società?
Il sistema cortigiano ci appartiene e ci rifugiamo quando pensiamo di non poter costruire da soli il nostro futuro; esso non può quindi essere completamente superato, ma può esser tenuto a bada. Lo spazio conquistato da chi non è raccomandato e cortigiano è determinante per affrontare e superare la crisi che il potere cortigiano determina. Furono gli schiavi liberati nell'epoca romana a contenere gli eccessi del clientelismo, furono i mercanti e gli artigiani dell'epoca comunale a farci uscire dal feudalesimo. Sono gli outsider, i meno garantiti, i non raccomandati, coloro che affrontano il mercato senza protezione coloro che possono cambiare questo sistema. E' un’impresa sempre più difficile, le condizioni sono persino peggiori del passato, soprattutto a causa del ceto politico, che non riesce a far prevalere il merito e le capacità sulla cooptazione del parente o dell'amico.

Italia cortigiana
   Donzelli, pag. 260, € 25,00

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