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La "sivétta", uccello del malaugurio

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Lorenzo Sartorio

Un tempo gli animali domestici, oltre essere i protagonisti della dura vita  del contadino di ieri, facevano anche parte di quel mondo immaginario che, alimentato dalle fantasie popolari  e dalle antiche usanze, sconfinava nelle superstizioni, nelle empiriche previsioni del tempo, nell’interpretazione delle varie e insondabili  tappe del destino. E gli animali domestici venivano usati come termine di paragone, essendo quelle creature maggiormente a contatto con la gente sia anziana che giovane,  non ultimi i bambini. Sul mensile «Vita in Campagna » di giugno un interessantissimo saggio dello studioso  Maurizio Bonora tratta appunto di «Leggende  e antiche superstizioni  sugli animali delle nostre campagne». « Le superstizioni e le credenze - esordisce Bonora - hanno la loro origine nell’antichità, quando le scarse conoscenze, portavano a distorcere la realtà. Era tale la paura dell’ignoto che si cercava di dare a tutti i costi un senso agli eventi e di tutelarsi escogitando ogni espediente per tenere lontano le avversità. Le credenze popolari hanno sicuramente avuto un ruolo importante nella vita delle persone, tant’è vero che molte sono arrivate ai nostri tempi e c’è ancora chi, in quelle storie, trova fondamenti di verità. D’altra parte si dice che una falsità ripetuta diventi una verità. Quindi è forse naturale per alcuni pensare che un fatto tramandato per tanto tempo debba avere un fondamento,  ma così non è». Ed allora iniziamo  ad esaminare la nostra «Arca di Noè» delle superstizioni di ieri.
 Sempre dal saggio di Bonora si apprende che il gatto, in epoca medievale, era considerato creatura satanica e quindi fu oggetto di persecuzioni tant’è vero che, nel 1233, papa Gregorio IX emanò una disposizione di sterminare tutti i gatti, specie quelli neri. Eppure tra gli antichi Egizi, i gatti erano tenuti in grande considerazione perchè liberavano case e granai dai ratti. I veneziani la pensavano esattamente come gli Egizi e protessero sempre i loro gatti «lagunari» cacciatori di topi. I preti della «Serenissima», per non andare incontro al Papa, e allo scopo di proteggere le loro ricche cantine,  diffusero la  credenza che fossero addirittura sacri quei gatti che presentavano una «M »sulla fronte, in quanto iniziale della Madonna. Picchiare un gatto nel campagne venete avrebbe portato disgrazia mentre nelle campagne vicentine, al gatto,  si faceva fare un'altra fine e cioè in padella con contorno di polenta.
Se la  gallina avesse cantato come il gallo avrebbe portato disgrazia , mentre nel Modenese se il gallo cantava al calar del sole « chiamava un morto della casa». Sentire ragliare  ripetutamente un asino, nelle Alpi venete, significava prossima sventura. Se il cane la notte ululava come un lupo era presagio di morte imminente. Gufi, barbagianni e civette erano considerati uccelli del malaugurio. Quando la civetta cantava  sopra le finestra della camera di un malato, il poveretto, sarebbe campato poco. Ma non era certo colpa della povera civetta se l’ammalato moriva perché la luce notturna  (solitamente un candela)  su quel davanzale attirava  le falene notturne che svolazzavano attorno  alla fioca luce del lume lasciato acceso tutta notte per assistere l’ammalato. E, quegli insetti,  rappresentavano per la civetta  un sontuoso pasto. Anche sui pipistrelli le leggende non si contano. A parte il detto che li vuole «succiasangue» e cioè vampiri , si temeva che il «topo alato» si aggrappasse ai capelli delle persone.  Se poi ne entrava uno in cucina mentre la «rezdora» preparava la cena,  sarebbe stato presagio di carestia. Portavano male anche il corvo e la cornacchia  perché si cibavano di carogne. Mentre il cuculo, messaggero della primavera, se dalle nostre parti ( Val Cedra) cadenzava con il suo «cù-cù», nella notte del 30 aprile, gli anni che mancavano al matrimonio  per una ragazza.
 L’ elegante upupa, per il Foscolo,  era «l’uccello immondo dal luttuoso singulto» riabilitata da Montale che le rende onore definendolo «uccello calunniato dai poeti». Il picchio era considerato un uccello funesto che accompagnava i morti al cimitero con il lugubre «tam tam» prodotto dal suo becco contro i rami.  Chi uccideva o, peggio ancora, mangiava  le rondini sarebbe stato perseguitato dalla sfortuna. In alcune regioni  era credenza diffusa che il morso di un rospo portasse morte sicura.  I serpenti, da sempre, raffigurano il simbolo del male. Non a caso nell’iconografia sacra,  la Madonna,  viene raffigurata mentre schiaccia la testa ad un serpente.
 Anche le farfalle avevano il loro linguaggio esoterico.  Ad esempio, la «sfinge » e la «testa di morto», così chiamata per il disegno a forma di teschio che ha sul torace,  era sicuramente  considerata portatrice  di iella. Nelle Marche  i  bruchi erano presagio di disgrazia.  C’erano però insetti che portavano fortuna come le farfalle  bianche e gialle, le coccinelle, i bruchi luminosi  e le lucciole che ogni  ragazza da marito, nella magica notte di San Giovanni  (23 giugno),  doveva afferrare al volo  con la mano sinistra e in numero pari. Se ne  avesse acchiappato in numero dispari,  il matrimonio  sarebbe andato all’aria.                                       

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