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Un'infinita magia da ammirare

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di Katia Golini
 

La leggenda narra che Tiziano, il grande pittore veneziano, di passaggio da Parma al seguito di Carlo V, rimase tanto stupito dallo splendore della cupola del Duomo che avrebbe voluto rovesciarla e riempirla d'oro per pagare l'autore di un affresco tanto bello. In effetti quello di Correggio è un lavoro che toglie il respiro. Che abbaglia esperti e semplici spettatori. Tanto affascinante quanto complesso. Tanto «alto» da avere bisogno di una guida per essere compreso. Ed è proprio per svelare i «segreti» della pittura di un genio del Rinascimento che Pier Paolo Mendogni ha scritto un libro, di facile lettura, per spiegare l'arte di uno dei più grandi artisti della storia. «Antonio Allegri, il Correggio», edito dalla casa editrice Pps (anche in inglese),   sarà presentato martedì  alle 18 alla libreria Fiaccadori, in strada Duomo 8/a, dall'autore insieme a Luca Sommi, responsabile dell'organizzazione della mostra in corso a Parma fino al 25 gennaio – è il testo che ogni visitatore dovrebbe portarsi sottobraccio al momento della visita alla scoperta del genio. Un guida sicura per orientarsi nel labirinto delle immagini e dei loro significati espliciti e reconditi.  Mendogni, esperto d'arte, ma soprattutto giornalista (è stato anche condirettore della Gazzetta), racconta con la precisione dello storico e il gergo pulito e scorrevole di chi ha lavorato una vita nei quotidiani la vita e le opere di Correggio. «Uno straordinario innovatore. Ha cambiato la pittura». Ecco, il libro mette in chiaro, fin dalle prime pagine, che i lettori hanno a che fare con un «gigante». Un uomo colto, umanista ancora prima che artista, sensibile, abilissimo con i pennelli, che ha precorso i tempi. «Nel decennio parmigiano (1519-1530) – scrive Mendogni – Antonio Laetus ha completato la sua maturazione artistica e ne ha raggiunto l'apice attraverso un percorso che dalla Camera di San Paolo porta alla cupola di San Giovanni e a quella del Duomo, opera nella quale l'artista ha raggiunto uno dei vertici più alti della pittura di tutti i tempi, sfondando lo spazio reale e creando uno spazio illusorio, infinito, grazie all'invenzione di un triplice moto ascensionale circolare e ondulatorio e alla sapiente utilizzazione di una luce sfolgorante, divina, che investe le figure fino a farle diventare esse stesse luce spirituale. Questa spettacolare macchina scenografica ha anticipato di un secolo il barocco. Ma non è certo questo l'unico merito del Correggio, né la sua unica innovazione». Innovatore, «rivoluzionario», permeato ancora da un alone di mistero. I dubbi e le questioni aperte su Correggio non si limitano alla complessità del suo messaggio iconografico. Anche la sua vita resta uno dei tanti temi irrisolti. A partire dall'«enigma della nascita» (come dice il titolo del capitolo sulla biografia). Mendogni spiega bene come si è arrivati a datare la venuta alla luce di Antonio Allegri al 1489, pur senza una certezza assoluta. Le pagine sulla vita sono l'occasione per ricostruire la formazione dell'artista, le prime letture, le prime esperienze in bottega con lo zio, i contatti con i grandi maestri come Mantegna e Leonardo e il «misterioso» viaggio a Roma dove ha «incontrato»- nel senso di visto, osservato e studiato - Michelangelo e Raffaello. Sulla sensibilità, la cultura, l'intelligenza di Correggio, Mendogni insiste: «Antonio Allegri, dotato di una mano felicissima – scrive – e di una forte personalità, come dimostrano i suoi disegni densi di energia e di scioltezza discorsiva, dopo avere avuto una solida formazione umanistica e aver appreso dallo zio Lorenzo le nozioni fondamentali della pittura, si è fatto da sè attraverso l'attenta osservazione dei maestri più noti fino a raggiungere, sulla soglia degli anni Venti del Cinquecento, la completa autonomia artistica e a dispiegare così compiutamente la sua straordinaria genialità». Le parti più appassionanti del volume riguardano però i grandi capolavori. A partire dalla cupola di San Giovanni (realizzata subito dopo il lavoro alla Camera di San Paolo) e del Duomo. Mendogni guida il lettore alla scoperta dei minimi dettagli, dei personaggi e dei loro significati. Insegna al visitatore a guardare le immagini e leggere oltre il visibile, senza dimenticare di inquadrare l'artista nel suo tempo, di spiegare i cambiamenti stilistici anche in seguito ai cambiamenti dei committenti e delle loro volontà.
Correggio ha messo in scena l'illusione meglio di chiunque altro nel suo tempo. Gli angeli che entrano e escono dalle nuvole, gli spazi finiti dell'architettura che, grazie alla sua «magia» pittorica, si fanno infiniti, la luce creata con i colori, sono sperimentazioni che sicuramente stupirono gli spettatori suoi contemporanei, ma che gli procurarono anche molte critiche. I fabbriceri del Duomo, poco avvezzi alle novità, definirono l'affresco della cupola «un guazzetto di rane». L'artista, ferito e deluso, decise di lasciare Parma. Un addio che gli ha fatto abbandonare anche la pittura sacra, per dedicarsi – dopo decenni di successi – alla pittura cosiddetta profana. Negli ultimi anni della sua vita infatti Correggio realizza altri capolavori, ma tutti su tela. Gli «Amori di Giove», cui Mendogni dedica ampio spazio, testimoniano come il «pittore della luce» sapesse interpretare i personaggi sacri come se fossero umani e quelli umani come se fossero sacri. «L'artista eccelle con pari maestria nella pittura sacra e in quella profana esprimendo nella prima la sua profonda religiosità e la sua altissima spiritualità non disgiunte da un'acuta sensibilità affettiva con cui sottolinea pure il calore palpitante dei sensi che nei personaggi mitologici viene esaltato fino a vertici del più raffinato erotismo, sublimato da una grazia suprema». Parole semplici, chiare per raccontare il genio.

SPECIALE: IL CORREGGIO IN 10 MINUTI  - Vai agli articoli

 

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