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Storia e ricordi della "mia" Bassa

Storia e ricordi della "mia" Bassa
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Stefania provinciali 

La bassa piana e le Fontanelle» il libro di Laura Rainieri, Tielleci editore, è l’ultima fatica della scrittrice di Fontanelle che vive a Roma e che alla sua terra, la «bassa piana», ha dedicato un «racconto in versi», che attraversa la storia e il presente per proiettarci nel futuro. Come ogni buon abitante di quella pianura vicino al Po non abbandona le origini e ne fa memoria con la sua vena di scrittrice – ha già pubblicato numerosi testi in versi e in prosa- consapevole che la famiglia ma anche le persone incontrate sulla via della Bassa le hanno aperto cuore e mente alla più aspra via della vita. La dedica del libro, a ben vedere, apre anche gli occhi alla lettura che va interpretata in un mix di sentimenti, tra immagini, luoghi, tempo, parlata, storia, civismo, amore. Ben lo sottolinea nella sua introduzione Plinio Perilli; la prefazione è di Egidio Bandini e l’immagine di copertina riporta particolari dell’affresco di Parmigianino alla rocca di Fontanellato, raffigurante Diana e Atteone. Sfogliando le pagine è necessaria in primo luogo qualche annotazione. «La materia mi cresceva tra le mani, dalla geografia alla storia, dai ricordi vivi di persone scomparse, all’affetto e all’ ammirazione per gli amici viventi. L’ho steso nell’estate del 2006 mentre mi trovavo al mio paese, Fontanelle, luogo intimamente legato alla genesi di tutta la mia scrittura». Parole concrete, queste scritte dall’autrice in una nota che aprono l’animo alla meraviglia e le porte agli autori della Storia a cui ha fatto riferimento. C’è Fra Salimbene da Parma con la sua accurata e a volte «divertente» Cronaca, Francesco Luigi Campari per le vicende riferite nel libro «Un castello nel parmigiano», Giovannino Guareschi per le atmosfere e i caratteri dei personaggi, i tanti compaesani con quel bel dialetto parlato e le loro memorie, capaci di dar vita ad un colorato racconto. In questo caso il racconto è in versi, ben congeniato nel cogliere le trame di una realtà trascorsa, di castelli quasi sconosciuti come quello di Tolarolo. «...Tolarolo è oggi una via /di tranquille casette campagnole/ ignare d’ira e di castella» ma un tempo terra di guerra tra Rossi e Pallavicino «bruciato fu il castello ...Allora germinò /il mal seme della discordia».    Su tutti troneggia il castello di Roccabianca, luogo d’amore « Giocatore scaltro che beffa ed è beffato /Pier Maria, turrito come i suoi castelli,/ illanguidì per la pellegrina milanese, donna Bianca, /da cui il nome al paese Rocha Blanca». Punti di riferimento che permettono di ripercorrere i secoli, i protagonisti, le vicende di duchi e duchesse, conti e contesse e povera gente che hanno animato i luoghi, ma anche e non certo da ultimo, i mutamenti di un paesaggio che ha lasciato inalterate le sue origini, il cielo, il bosco, la nebbia, le zanzare, la natura. Era il 1216 quando il Po’ era ghiacciato «come un inverno russo eterno e tutto bianco», mentre correva l’anno 1269 quando la natura si ribellava all’uomo «E la neve era ghiaccio fondo» e «nugoli di bruchi a frotte» avevano divorato ogni sorta di biada. Correva l’anno 1491: «Ludovico il moro sposava Beatrice d’Este./ Milano a nozze./ Ma quell’inverno il Po saldò /il proprio al ghiaccio delle lagune». Tante vicende di ordinaria vita e storia si susseguono così tra pestilenze e tradizioni, gioie e dolori, prima dell’approccio a personaggi noti fra la gente, da Suor Gerarda a suor Carla, nata a Fontanelle, dal parroco allo spretato che faceva scoprire al paese «la pelle medievale», fino a Silla il carrettiere ed alla Chiusa – tante ce ne sono nella Bassa piana- che porta ad altro nome Enrico Chiusa, tuttora amato abitante di Fontanelle. «... Blocca e feconda la memoria./Ha posto la sua chiusa, catalogato libri/ e documenti, scattato fotografie,/conservato lettere e giornali della Bassa» seguendo la passione di molti in quella terra in cui la vita è tradizione. I versi scorrono lievi come le storie mettendo in luce un amore sviscerato dell’autrice per la Bassa piana.
Qui, fra le pagine del testo il «racconto in versi» è rafforzato visivamente dal gioco del corsivo che scandisce il finale di ogni storia sia di natura che di figura, a creare una pausa, a dare una cadenza per riaccendere gli animi alla lettura ma soprattutto per dar voce alla personale introspezione. Rimane solo una considerazione finale sulla forma del «romanzo in versi», amata da poeti e scrittori di spessore, anche ai giorni nostri, primo fra tutti Attilio Bertolucci che vi affidò il lirico sentire in «La camera da letto». E’ il primo fulgido esempio; ne sono venuti altri che hanno affidato ai versi la memoria riaprendo una via dove il confronto è arduo ma che Laura Rainieri ha consapevolmente accettato.

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