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Arte-Cultura

Il fiore dell'arte moderna

Il fiore dell'arte moderna
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Manuela Bartolotti

Il colore dà le vertigini. Non si sa più dove guardare, gli occhi assaliti da capolavori che ubriacano di luce, di forza cromatica dirompente. Questa è la pittura, signori, quella vera, dove ogni pennellata si porta via sensi ed anima. Siamo sulle montagne russe dell’arte nella mostra della Collezione Merzbacher alla Fondazione Gianadda di Martigny (titolo «Il mito del colore»), nella Svizzera francese (fino al 25 novembre). E’, al mondo,  una delle principali  raccolte d’arte dalla seconda metà dell'Ottocento alla fine del Novcento, e fa la sua prima apparizione in un’istituzione privata, dopo le fortunate esposizioni di Gerusalemme (duecentocinquantamila  visitatori), Giappone, Londra, Zurigo e Danimarca.
Capolavori
Gran parte di queste opere le si ritrova nei più autorevoli testi di storia dell’arte, come rappresentative di movimenti o di autori, perché i coniugi Merzbacher hanno raccolto il fior fiore delle correnti espressioniste, specialmente Fauves e Blaue Reiter, oltre che tutti i principali protagonisti del XX secolo, seguendo la regola d’acquistare opere «d’una qualità irreprensibile, che sappiano toccarci, parlarci».
E hanno spesso scelto gli esponenti di quell’arte «degenerata», perseguitati dal nazismo e poi riscattati dalla storia. Del resto Werner Merzbacher è stato un bambino ebreo tedesco rifugiato in Svizzera dopo la «notte dei Cristalli», emigrato negli Usa, dove ha incontrato la moglie e la passione collezionistica.
Le loro scelte estetiche si sono sempre rivolte ad opere colme di sostanza vitale, di luce, colore, quasi per esorcizzare l’orrore e la brutalità della guerra. Anche i ritratti hanno in comune uno splendore interiore. Anche i più malinconici come la donna di Lautrec, quella di Renoir, di Modigliani o «La coppia» di miserabili di Picasso del periodo blu, lasciano percepire un amorevole éclat, una quiete serena, una dolce carezza di luce. I numerosi paesaggi sono invece ardenti, in pieno sole, dai ridenti Van Gogh e Sisley, al limpido inverno di Monet, ai brucianti De Vlaminck, al pacifico Matisse, al sulfureo e raro Braque. I Merzbacher hanno sempre concesso prestiti, pur restando nell’anonimato, e non svelando mai per intero il loro tesoro. Del resto si tratta di una sostanza ad alta gradazione d’arte e assumerla in una sola volta si rischia l’overdose, la famosa «Sindrome di Stendhal».
Non si tratta di solo e semplice colore, ma di quel qualcosa in più che esso si porta dentro ad ogni pennellata, ovvero essenza di vita concentrata, distillata. Questa rassegna è un eden improvviso dove sbocciano i fiori di Nolde, corrono i cavalieri di Kandinsky, ci si perde nei paesaggi di Schmidt Rottluff, tra le montagne e le verdi oasi di Kirchner, tra le scomposizioni del cubismo sognante di Feininger, le fantasie stellate di Klee, i voli, le atmosfere fiabesche di Ernst, Campendonk, Chagall, le giocose geometrie di Sonia Delaunay, di Mirò, di Calder, le astrazioni variopinte di Sam Francis.
Le ombre non hanno posto o sono intrise di sostanza luminosa, tizzoni crepitanti rimasti dalle esplosioni meridiane, caleidoscopiche di Franz Marc, Boccioni, Severini.
Eden di bellezza
Si va in crescendo fino al vortice giallo, quasi un assolo mistico del «Notre Dame» di Frantisek Kupka. «Bello» paradossalmente è, secondo alcune correnti di pensiero,  parola vietata alla storia d’arte, perché ha pretese d’assoluto su un terreno relativo, condizionato da troppi fattori personali e culturali: sarebbe, infatti,   «criticamente scorretta». Ma, in questo caso, sfugge spontaneamente, se resta il fiato per pronunciarla.
Si è assaliti a colpi bassi dall’arte, che usa tutta la seduzione irresistibile del colore, con pennellate sferrate da maestri E non sbagliano un colpo. Del resto, ha detto Werner Merzbacher che «le più belle collezioni vengono sempre dal profondo di voi stessi».
E – si può aggiungere – mirano al profondo dei visitatori, facendo vibrare attraverso gli occhi, tutte le corde dell’anima. Non resta dunque che pronunciare la parola tabù: bello. Sì, perché qui c’è del bello da morire. Anzi. Da vivere.

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