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Chiacchierando con i Beatles

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di Giovanni Lungaresi

Quello che più ci ha colpiti scorrendo le pagine di «Faccia a faccia» di Lucio Lami (Mursia, pagine 245, euro 17,00), oltre ovvia-
mente ai capitoli riguardanti quei «Grandi personaggi incontrati e raccontati» dall’autore, è stata la postfazione di Ettore Mo. E per un semplice motivo: in un ambiente come il nostro (che vi raccomando!) fatto di invidie, di gelosie, di colpi mancini, il grande inviato del Corriere della Sera rende a Lami quel che gli spetta, e cioè il riconoscimento di essere un giornalista di alto spessore. Non capita spesso, anzi, diremmo, raramente. Ma Ettore Mo è della stessa pasta di Lucio Lami: innanzitutto un galantuomo senza complessi di sorta.  Basterebbe questa testimonianza per smentire quel che ci diceva (eravamo giovanissimi e pieni di entusiasmi) il vecchio e navigato collega Leone Comini: la peggior «categoria» esistente essere quella del mondo della lirica. E giù a descrivere quel che vi accadeva di ruffianerie, piaggerie, gelosie, falsità, immoralità... per la carriera. Bene. La conclusione di Leone Comini era: la nostra categoria è ancora peggio! Ma veniamo al libro, che si legge come leggevamo le corrispondenze dall’estero di Lami: con grande coinvolgimento. Uomo pieno di interessi, di curiosità, che ha avvicinato in oltre un quarto di secolo di lavoro (vent’anni al «Giornale» di Montanelli), personaggi di tutto il mondo (della politica soprattutto), incominciando dalle persone, dal loro cioè essere uomini, per poi affrontare le caratteristiche dei «personaggi», appunto. E’ una galleria di figure che spazia dal Medio Oriente all’America Latina, per soffermarsi quindi sull’Europa con i suoi fenomeni politici, sociali, di costume. Così, accanto ad Arafat e Khomeini, ecco i Beatles e Umberto II, il pittore Botero e Brodskij, Raymond Aron e Paolo Caccia Dominioni, Saddam Hussein e Pinochet, Ravel e Solidarnosc, De Felice e Montanelli, Filippo di Edimburgo e Kissinger, Dino Buzzati e Vittorio G. Rossi, Fusco e Garaudy. In tutto, sono cinquanta: nomi noti, o dimenticati, ma che hanno rappresentato al loro tempo e nel loro campo d’azione qualcosa di importante, di significativo. La prosa di Lucio Lami è poi rivelatrice del carattere del personaggio (sì, perché tale si rivela egli stesso), tendente cioè alla sintesi, alla sostanza, senza inutili orpelli, alla ricerca del «cuore» dell’evento, dell’ambiente, dell’intervistato. Con tanta curiosità, con vivo interesse e senza  alcun rispetto umano, senza alcun senso riverenziale.  Verrebbe da chiedersi se non esista un parallelo, o una somiglianza con i famosi «Incontri» di Indro Montanelli. No: per il semplice motivo che in Montanelli non era tutto «vero» quel che scriveva, attribuendolo al personaggio incontrato, ancorché «verosimile», mentre Lami non inventa nulla. Riferisce fedelmente, racconta aderendo alla realtà. Non c’è il piacere dell’invenzione; c’è viceversa il piacere del riferire il «vero». Un «vero» che imparava, è il caso di dire, e per sua stessa ammissione, con pezze d’appoggio rappresentate da documenti probanti.  E’ il caso di Arturo Usklar Pietri, che al grande pubblico italiano dice poco, ma che il Nostro definisce «La coscienza dell’America Latina». Grande scrittore venezuelano, «tra i più grandi dell’America Latina», alcuni testi del quale apparvero indispensabili a Lami per capire quel continente («… in fatto di stile moderno, anticipano Marquez e Vargas Llosa»). Pietri era stato anche uomo politico, con esperienze diplomatiche, e come intellettuale aveva frequentato negli anni Venti del Novecento Parigi. Negli anni Ottanta, quando Lami lo incontrò, era un personaggio disincantato che aveva fatto analisi profonde, precise, puntuali sulla situazione del (suo) continente. «Guardi – disse a Lami – la tragedia inflittaci dal comunismo, che condizionò i nostri partiti popolari: l’Apra in Perù, il Partito Autentico a Cuba, il Partito della Rivoluzione in Messico… e via elencando. Abbiamo adottato concetti qui inapplicabili, come la lotta del proletariato, l’antimperialismo. In realtà i nostri scopiazzati piani quinquennali, imitati dalla nostra sinistra come dalla destra, non proponevano altro che la rivoluzione industriale inglese di due secoli fa».  La specificazione di Lami è eloquente: «La tesi che sosteneva con vigore era che le idee politiche dovessero adattarsi al contesto, ai luoghi, alle situazioni locali. Temeva che alla grande religione comunista succedesse la grande religione consumista dell’Occidente…». La chiusa dell’incontro è con una domanda di Lami: se nella sua biblioteca ci fossero molti autori italiani. La risposta fu affermativa, poi aggiunse: «Rileggo spesso Prezzolini. E’ stato il primo a sostenere che il Rinascimento altro non fu che l’italianizzazione dell’Europa. L’europeizzazione dell’America Latina è stata la conseguenza e viene da molto lontano. Per questo non sarà facile, per noi, reggerci da soli, sulle nostre gambe».
Faccia a faccia - Mursia, pag. 245, euro 17,00

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