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Un eroe delle Barricate

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Renato Lori

Ho conosciuto un Ardito del Popolo, Regolo Negri, e ho rivissuto attraverso i suoi racconti, essenziali, ma ricchi di particolari, gli entusiasmi, le passioni, i timori e le paure, i momenti di  esaltazione e di scoramento  che hanno  attraversato quella impresa storica delle  barricate  a Parma nell’ agosto 1922.  Regolo, nato a Parma il 12 agosto  1899, era  uno dei «ragazzi del ’99»,  quelli che  durante la prima  guerra mondiale (1915-18), non ancora diciottenni, erano stati gettati nella mischia, inesperti ed impreparati nel tentativo di arginare l’avanzata delle orde tedesche  che puntavano, dopo la rotta di Caporetto, verso le piane veneto-lombarde. Di quei «ragazzi» era stata una carneficina, falciati dalle mitraglie  nemiche mentre con la baionetta  andavano all’assalto delle trincee. Regolo, arruolato come geniere, aveva combattuto nella zona del  Montello ed era tornato a guerra finita con un congedo provvisorio; aveva trovato una occupazione come muratore, qualifica che successivamente gli permetterà di entrare nel Corpo dei Vigili del Fuoco. In quel tormentato dopoguerra, teatro di profonde contraddizioni e di acuti scontri sociali, aveva fatto la sua scelta di impegno civile aderendo al Partito Socialista. Ma per i «ragazzi del ‘99» quel bagno di sangue non era ritenuto sufficiente per saldare il conto con  la Patria e, all’età della leva, Regolo venne richiamato nell’esercito per completare il periodo di servizio. Intanto la situazione nel Paese si era fatta sempre più critica: i piccoli, sparuti gruppi di picchiatori fascisti erano ormai un’onda montante violenta e sanguinaria; a sinistra continuavano le lacerazioni, e nel gennaio del 1921 al Congresso socialista in svolgimento a Livorno, il gruppo dell’Ordine Nuovo lasciava il Partito Socialista  per dare vita al Partito Comunista d’Italia (sezione dell’Internazionale). Amedeo Bordiga venne eletto segretario del nuovo Partito. Regolo, lontano da Parma per il servizio militare, aveva seguito con passione e preoccupazione lo svilupparsi degli avvenimenti e, se pure amareggiato per la rottura a sinistra, condivise la scelta. Voleva aderire al nuovo Partito Comunista nel quale riconosceva  maggiore determinazione nella lotta alle violenze dei fascisti. Per avere  la nuova tessera inviò una lettera al suo amico Richèn (Enrico Griffith), uno degli esponenti di maggiore spicco dei comunisti parmensi che parteciperà al congresso di Lione del 1936 - quello che segnerà la sconfitta di Bordiga e l’affermarsi della corrente dell’Ordine Nuovo capeggiato da Antonio Gramsci - pregandolo di ritirare la tessera anche per lui. Essendo il suo reparto impegnato nella sorveglianza di impianti militari nel Nord-Est d’Italia, riesce, nonostante il grave rischio, a sottrarre dal magazzino un certo numero di fucili modello ’91 e farli giungere a Parma. Saranno dopo alcuni mesi un prezioso contributo per armare il popolo delle Barricate. All’inizio del 1921 venne congedato. Tornò a Parma, e poco dopo partecipò ad un pubblico concorso per Vigili del Fuoco. Giovane dal taglio atletico e dall’animo generoso era orgoglioso della nuova professione che gli permetteva di essere al servizio della città ed a difesa della sua gente.   Intanto nel luglio 1921, con un convegno tenutosi a Roma, all’Orto Botanico, si era costituita una   associazione di tipo paramilitare con l’intento di contrastare, anche con le armi, la violenza fascista. E proprio per un richiamo alla esperienza dell’arditismo durante il recente conflitto si chiamerà «Arditi del Popolo». A  Parma le prime squadre degli Arditi del Popolo sorsero per iniziativa di alcuni operai, incontrando l’ostilità dei Partiti, sinistra compresa, e dei sindacati. Tuttavia il nuovo movimento troverà  rapidamente un ampio consenso tra la gente per la mentalità nuova di intendere l’antifascismo: non attendere passivamente le aggressioni, ma possibilmente prevenirle e sfidare il nemico sul suo terreno, anche con azioni dimostrative. Guido Picelli, eletto al Parlamento per il Partito Socialista, ne intuì subito le grandi possibilità, diede la sua adesione personale e, anche per la sua forte ed eclettica personalità, ne diventò ben presto il capo riconosciuto. «Era Guido – raccontava Regolo – che telefonava da Roma, solitamente il venerdì, per dare le direttive: ''Domani  sono a Parma. Preparate la squadra, si va in centro! Mi raccomando, tutti  in ordine! E niente armi. Eventualmente il bastone da passeggio!''. Perché Guido - continuava Regolo – era esigente anche nella forma. Non tollerava atteggiamenti trasandati».  I raduni avvenivano  in una delle piazzette vicine al centro per sfilare a passo militare, in fila per tre attraverso piazza Garibaldi e in via Cavour, i luoghi dove solitamente sostavano, seduti ai bar, i caporioni fascisti e quella borghesia medio-alta che li foraggiava. Picelli era in testa con i capi squadra e non nascondeva la pistola d’ordinanza, quale ex ufficiale dell’esercito. Di solito la sorpresa funzionava. Solo  in qualche occasione, un gruppo di scalmanati  aveva tentato la provocazione, ma l’atteggiamento deciso e responsabile degli Arditi aveva smorzato ogni velleità.  Quando nei primi giorni dell’agosto 1922 Italo Balbo con diverse migliaia di camicie nere affluite da ogni parte d’Italia tentò di piegare Parma alla volontà del fascismo, Regolo era con i resistenti delle Barricate,  imbracciando uno dei fucili sottratti alla  caserma alcuni mesi prima. Regolo ha spesso affermato che anche  Ulisse Corazza, il consigliere comunale del Partito Popolare colpito a morte da un cecchino fascista, aveva in dotazione uno di quei fucili. Nei momenti di relativa calma lui, conoscitore e conosciuto nell’Oltretorrente, si era dato da fare per recuperare vettovaglie per coloro che necessariamente erano costretti in prima linea, ed era commovente sentire episodi di generosità, di come gente anche poverissima si privava delle ultime risorse pur di sostenere i combattenti. E raccontava delle ansie, delle ore di attesa lunghe una settimana, dei falsi allarmi e di quelli veri: «Hanno sfondato al Naviglio!!!  C’è un ferito grave in Borgo Carra !!!»..., dei gruppi di ragazzini sempre pronti  per andare a verificare o portare un ordine, una informazione. Poi le apprensioni per l’arrivo dell’Esercito dopo che   l’Alleanza del lavoro aveva accettato il compromesso di sospendere lo sciopero, e lo smantellamento delle  Barricate come condizione per l’allontanamento dei fascisti  da Parma. Ma il Direttorio degli Arditi del Popolo   decise di respingere tale proposta, senza alcuna garanzia e piena di trabocchetti, e di accogliere i «fratelli in armi»  come amici venuti per assicurare al popolo di Parma i suoi sacrosanti diritti. Ed era patetico vedere i militari arrivati con precisi ordini, compreso quello di sparare in caso di necessità, simpatizzare con le popolane dei borghi  o addirittura con gli addetti alle Barricate davanti al bancone dell’osteria a rinfrescare l’ugola dalla calura di quei giorni. Tuttavia, raccontava il nostro Ardito, la tensione era altissima: si viveva una situazione che non poteva durare a lungo, si temeva da un momento all’atro un attacco decisivo, e le preoccupazioni riguardavano  i punti deboli dello schieramento: la zona del Naviglio e del Parco Ducale. Ed infine l’annuncio ardentemente sperato: «I fascisti se ne vanno!».  E non era una ritirata! Era una rotta. Peggio di  Caporetto! Seguirono manifestazioni di gioia. La gente dei borghi era tutta nelle strade a cantare, a ballare, a gridare la vittoria di un popolo unito. Ma la soddisfazione, l’orgoglio della vittoria su di un nemico molto più numeroso e meglio armato durò solo qualche settimana. Parma rimase un  fulgido esempio senza  conseguenze di rilievo nel resto del Paese. Il 28 ottobre di quell’anno il Re diede l’incarico a Benito Mussolini di formare il Governo che avrebbe portato l’Italia ad un ventennio di dittatura, di arbitrio, di sofferenze, di lutti e di rovine. Verso la fine degli anni Venti, Regolo sposa l’amata Laura che gli darà Lina e Bruno. Sarà poi attivo nella Resistenza con delicati incarichi nel gruppo di comando delle S.A.P. Dopo la Liberazione fu uno dei dirigenti, attivisti e costruttori del P.C.I. in città, nella sezione F.lli Gennari  e alla Brunetto Ferrari. Fu uno dei principali artefici, con Roberto Bertoli, della  costruzione della casa di via Solari. Parlava volentieri della esperienza  come  Vigile del Fuoco, della sua Resistenza, e ne era orgoglioso, come era orgoglioso di essere comunista. Ma ciò che lo appassionava di  più, che lo esaltava mentre narrava di un episodio, di un aneddoto, era quando si riferiva alla sua militanza negli Arditi del Popolo, dei rapporti con Enrico Griffith, con Guido Picelli. Ed era un narrare semplice, modesto, scevro da sufficienze o settarismi. Personaggio conosciuto anche per la sua appartenenza  politica godeva della stima di amici ed avversari per le qualità umane, la morale integerrima, l’onestà  cristallina.      Regolo Negri è morto il 27 gennaio 1991. Ci ha  lasciati convinto che un mondo di eguali nei diritti e nelle opportunità è possibile, purché lo voglia il popolo unito.
 

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