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La "vera" storia delle barricate, al di là del mito

La "vera" storia delle barricate, al di là del mito
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Enrico Gotti

Il 6 agosto di 90 anni fa le squadre comandate da Italo Balbo lasciarono la città sconfitte, senza essere riuscite ad entrare nelle zone controllate dagli antifascisti. Il racconto di quei giorni è diventata memoria collettiva, ma tante cose sono rimaste nell’ombra.  Marco Minardi, direttore dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea, ha scandagliato gli archivi, per ricostruire la storia delle barricate, al di là del mito. La sua ricerca confluirà  in un libro, destinato a mettere in discussione la memoria acquisita, a restituire la complessità di uno dei più importanti eventi della Resistenza contro il fascismo. A partire dalla geografia dello scontro: l’attenzione non è rivolta alle barricate in Oltretorrente, ma a quelle che furono innalzate nei rioni a nord della città.
 «Ho indagato la zona di borgo del Naviglio e di via Saffi, perché risulta sempre un’appendice alla resistenza in Oltretorrente, invece quei rioni sono l’avamposto delle barricate: gli scontri sono stati lì», spiega Minardi, che ha cercato informazioni sui sovversivi negli archivi di polizia e prefettura, ha incrociato fascicoli degli antifascisti schedati con i fogli di famiglia del censimento del 1921. Casa per casa, racconta la vita dei parmigiani che tennero testa a migliaia di fascisti.
La ricerca affronta anche un altro aspetto del mito: il ritratto dei protagonisti. «Italo Balbo, nelle memoria popolare,  è l’antagonista di Picelli. In realtà arriva a Parma per risolvere il pasticcio provocato da altri, più che da squadrista intransigente - spiega Marco Minardi -. Arriva nella notte del 3 agosto. Non sarebbe servito a nessuno l’assalto. C’erano migliaia di fascisti pronti ad attaccare. Quando Balbo arriva, la situazione è delicatissima, mette il quartiere generale in piazza della Steccata, il suo è il tentativo di evitare il peggio. Prende atto che i sovversivi sono pronti a tutto. Per gli antifascisti è la battaglia della vita, per i fascisti no, c’è tutto da rimetterci».
I primi reparti delle camicie nere arrivano a Parma, nella notte tra il primo  e il 2 agosto, da Veneto, Toscana, Marche, con moschetti nuovissimi, rivoltelle, bombe, pugnali. Si tratta di una spedizione punitiva contro i lavoratori che non avevano rispettato il diktat di Mussolini di interrompere lo sciopero generale. Gli antifascisti organizzano la resistenza, costruiscono barricate. Guido Picelli guida gli arditi del popolo e riesce ad unire le forze: contro gli squadristi non ci sono solo socialisti e anarchici, ma anche popolari, come il consigliere comunale Ulisse Corazza, ucciso negli scontri con i fascisti,  o Alberto Simonini e Ferdinando Santi della Camera del lavoro. I rioni popolari diventano campi trincerati, con barricate di carri, banchi, travi, lastre di ferro e tutto quanto era a portata di mano. Balbo annota nel suo diario: «Partecipano all’azione sovversiva persino alcuni preti in sottana che hanno offerto viveri e banchi di chiesa per gli sbarramenti».
 Per la prima volta il fascismo si trova di fronte un nemico agguerrito e organizzato. «La sfida è osservare ciò che accade in quegli anni - spiega Marco Minardi -. Le barricate sono un simbolo dell’uso pubblico della storia: io credo che la storiografia debba fare i conti con la memoria, per questo ho usato un approccio storiografico a un evento molto celebrato».

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