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L'ultima partita di Shusai

L'ultima partita di Shusai
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Lisa Oppici

C'è una tensione straordinaria, appassionante, in «Il maestro di go», l’opera forse più famosa del Premio Nobel Kawabata Yasunari, riproposta ora da Einaudi nei tascabili. Una tensione palpabile, a tratti incalzante, per un volume molto lontano da noi, dai tempi e dai ritmi dell’oggi, eppure pervaso di un’attualità viva, fortissima: che gli viene dalla sua «universalità».
Il romanzo racconta la storica partita d’addio del maestro di go Shusai, nel 1938: uno scontro epico, durato sei mesi, che l’autore giapponese seguì per il quotidiano «Tokyo Nichinichi» pubblicandone la cronaca a puntate. Poi venne il libro, altissimo per intensità, forza ed esemplarità narrativa, uscito per la prima volta in patria nel 1942.
Kawabata Yasunari quella partita la ripercorre passo passo, momento per momento, in tutta la sua drammaticità, riuscendo a conferirle anche su pagina i caratteri appunto epici che costituiscono senz’altro uno dei tratti migliori del volume.
Di fronte ci sono il maestro Shusai, il miglior giocatore in circolazione, il vecchio campione che si fregia del titolo di «meijin» («maestro di go», con una connotazione fin quasi sacrale), e Otake, lo sfidante, scelto attraverso un torneo tra fuoriclasse durato grosso modo un anno. E davanti a loro c’è il goban, cioè il «campo» di questo millenario gioco di strategia (origine cinese, massimo splendore in Giappone) che è assai più di un gioco (una filosofia, un’arte, una metafora dell’equilibrio e della sua ricerca, una rappresentazione del mondo) e che per i puristi sta ben più in alto degli scacchi, nel quale l’obiettivo primo è la conquista di territorio, di spazio vitale, attraverso accerchiamenti, invasioni, ritirate, astuzie tattiche e scelte strategiche.
La partita (la battaglia, perché il principio del go è proprio questo: una battaglia combattuta da due «eserciti», le pietre bianche e le pietre nere) dura sei mesi, un’enormità. Sei mesi inframmezzati dalle interruzioni per le difficili condizioni di salute del maestro, costretto a fermarsi e progressivamente come «svuotato» da un match che sembra strappargli un pezzo di vita a ogni tappa.
«In realtà bisogna tener conto anche di una lunga interruzione, tre mesi da metà a agosto a metà novembre, causata dalla malattia che colpì il maestro in piena competizione. Eppure fu proprio la sua grave malattia a conferire a quella gara una drammaticità più alta. Parve allora, infatti, che fosse stata la partita stessa a sottrarre vita al maestro. Non si riprese mai più e un anno dopo morì».
In fondo – e questo è il fulcro del volume, e qui sta l’acume straordinario di Yasunari – come il go non è «solo» un gioco, così questa sfida non è solo una partita ma lo scontro di due generazioni, di due mondi, di vecchio e nuovo, tradizione e modernità. «Si può dunque ben dire che nella sua ultima partita a go il maestro fosse perseguitato dalla razionalità dei tempi moderni che aveva ridotto il gioco a un insieme di regole cavillose; era ormai andato perso il senso del go come arte, la sua estetica, e il rispetto per gli anziani era stato negato, così come la reciproca stima dei giocatori per le loro qualità umane. La via del go non aveva più nulla della virtù e della bellezza dell’Oriente, soffocate dalla freddezza di conteggi e regole [...] un agonismo il cui unico scopo era la vittoria, talmente esasperato da togliere ogni spazio alla riflessione sull’arte, alla sua fragranza [...]. Il go si era trasformato in evento sportivo, in puro agonismo, e tutto il resto era soltanto una conseguenza». E ancora: «come avversario del maestro Shusai nella sua partita del ritiro, Otake combatteva sì con le proprie forze, ma non certo per se stesso. Si ergeva piuttosto a simbolo del fluire della storia, come giocatore dell’epoca futura».In gioco insomma c’è un «passaggio di consegne» che va ben oltre l’idea di un normale avvicendamento: con una cura e un’attenzione ai dettagli quasi maniacale, Yasunari lo coglie e lo rende in tutta la sua «gravità», e in tutto il suo pathos, per certi versi sollevandolo dal contingente e quasi privandolo di coordinate cronologiche precise. Collocandolo in una luce sua, propria, assoluta, ed evidenziandone la dimensione universale, senza tempo.
In quest’ultimo impeto del grande e vecchio lottatore, in questo suo affrontare la sfida della vita, c’è uno scontro fra opposti (dalle iniziali maiuscole) che si carica di significato, un gioco di Vita e/o di Morte il cui svolgimento, e il cui esito, conferiscono alla figura del maestro (sofferente ma composta, strenuamente composta) una connotazione quasi tragica.

Il maestro di go
Einaudi, pag. 240,  euro 11,00

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