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D'Annunzio, non solo vate

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Giuseppe Marchetti

La vita e le opere di Gabriele D'Annunzio tornano  periodicamente a far discutere, nell'ambito della cultura europea, come un argomento di ripensamento e  di novità allo stesso tempo. E davvero nel canone  occidentale della letteratura questo scrittore-poeta-vate-condottiero e legislatore occupa un posto assai particolare, ora pieno di contraddizioni, ora invece carico di presagi e profezie.
Simona Costa, che sin dal '75 con «Il fuoco impossibile» ha  dedicato molte e acute attenzioni critiche all'autore del «Piacere», torna adesso, con il suo «D'Annunzio» (Salerno Editrice) a proporci un massiccio saggio che racconta, documenta,  commenta e discute l'opera dannunziana in quindici ampie  sezioni: dal signore della Capponcina alla fortuna del dannunzianesimo fra «testo e contesto», Operazione quanto mai  complessa, che la Costa arricchisce poi con un capitolo finale  sui «Riconoscimenti e contestazioni della critica» dalla prima  metà del Novecento a oggi. Il fatto è che - come più volte  osserva la studiosa - più cerchiamo di rimuovere la presenza  dal Vate, più essa ci coinvolge e ci seduce. La possiamo anche  respingere o ignorare, ma non a lungo. D'Annunzio lo ritroviamo in tutto il Novecento europeo. E, dunque, è opportuno,  anzi necessario, che dai modelli e dalle suggestioni dell'estetismo europeo, inizi un'analisi che ci porti verso quel traguardo  insuperabile della «vita come opera d'arte» che il cronista  mondano, il poeta, il narratore (prosatore e romanziere), il  novelliere e il giornalista interpreta, innerva, celebra e custodisce in sé. Simona Costa comincia così il proprio viaggio; via  via che esso procede, si arricchisce e si dirama lungo i mille  sentieri dell'arte, ne nasce il personaggio, questo singolarissimo personaggio, che incanta e si lascia incantare percorrendo ormai le vie di nuove costruzioni romanzesche - «Il  piacere», «Giovanni Episcopo», «L'innocente» - attraverso la  «ricerca di un'estenuata melodia», che sia anche poesia, colma  di vita, di avventure, di nervose tramature psicologiche e di  profili di luoghi, la natura cioè, contemplata al di là della «volgarità del quotidiano» che oltretutto è povera, penosa e sommersa dall'ovvietà. D'Annunzio interpreta dunque un suo particolare decadentismo, e la Costa segue passo passo l'avverarsi  e il sostanziarsi di una tale via rivelatrice, quella che porta «dal  romanzo della crisi alla crisi del romanzo», cioè dal «Trionfo  della morte» al «Forse che sì forse che no». Scriverà il poeta ad  Angelo Conti nell'ottobre del 1896: «Sono riuscito ad abolire il  tempo e a chiudere nello stesso cerchio le anime che vivono  oggi e quelle che vissero nei millenni remoti». Che operazione  era mai, questa? Simona Costa risponde evocando «la poliedricità di questo gioco figurativo» che ha, nel superuomo nietzschiano e wagneriano, il proprio modello. Potrà sembrare  strano e infine anche paradossale, ma proprio nel momento in  cui il romanzo dannunziano si apre alla cultura europea (lo si  dica una volta per tutte: ogni opera di poesia e di prosa è anche  operazione culturale) insorge dentro il poeta la vena possente  della sua terra mitica e arcaica, la terra di «Primo vere», «Terra  vergine» e «Novelle della Pescara»: tutti elementi che qualche  anno appena dopo ritroviamo nel «Canto novo» e in «Alcyone» le cui liriche «si vengono organizzando a posteriori in una  misurata architettura secondo precise simmetrie» con quella  strana forma di «celebrazione della propria parola poetica in  una perfetta capacità mimetica con il mondo naturale» che  costituisce il lirismo dannunziano, la vocazione al tono alto e  immaginifico, che pare librarci in una vuota pompa stilistica  mentre invece sonda la decorazione musicale di un'infinita  ricerca descrittiva, drammatica e logica insieme, quale è quella  che poi troverà parole e sentimenti nei personaggi teatrali. Ad  essi, Simona Costa riserva giustamente un'ampia zona d'analisi  e di confronti con i protagonisti dei romanzi, in una sorta di  «Libro segreto» sempre scritto e sempre da scrivere. In questa  convinzione, l'arte magica e avvolgente di D'Annunzio «operaio della parola» non si acquieta mai tra oratoria pubblica  (quella del Comandante, in particolare) e confessione privata e  privatissima che D'Annunzio caricherà di presagi nei «Taccuini» e nelle «Faville del maglio». E' in quest'ultima e infinita  lotta che l'eco di una battaglia combattuta su tutti i fronti della  cultura e dell'impegno per la vita (la vita quale rappresentazione totale dell'essere dentro e fuori il mondo dell'arte) si  spegne nel 1938. Carlo Emilio Gadda non si lasciò sfuggire  l'occasione di commemorare l'avvenimento scrivendo di Terepattola e Carlo Caconcellos nell'articolo «Grandezza e biografia a proposito della “Vita segreta”» che è già, scrive la Costa  giustamente, «davvero una prova d'autore di una prima globale prospettiva di bilancio». 
 D'Annunzio -   Salerno editrice, pag. 372, euro 19,00

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