Arte-Cultura

Tre secoli di violenze a Parma

Tre secoli di violenze a Parma
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Stella Leprai
In attesa del quinto volume della Storia di Parma, che sarà dedicato alla cultura letteraria a Parma, la cui uscita è prevista entro la fine del 2012, pubblichiamo a seguire un contributo sulla storia medievale della nostra città a cura di Stella Leprai, dottore di ricerca in Storia medievale all’Università degli Studi di Milano e autrice del saggio «La società urbana. Conflitti e strumenti di pacificazione», contenuto in Parma medievale. Economia, società, memoria, quarto volume dell’opera editoriale edita da Mup Editore grazie al sostegno di Fondazione Monte Parma, Università degli Studi di Parma e Camera di Commercio di Parma.

 

La storia parmigiana offre, soprattutto per il periodo basso medievale (XIII-XV secc.), interessanti spunti di riflessione sul tema della confittualità urbana e del suo controllo. Le travagliate vicende politiche vissute da Parma in età comunale, alimentando i contrasti intracittadini, contribuirono infatti a creare in seno alla comunità una situazione di forte disordine, che divenne ancora più evidente nel corso delle convulse vicende che, tra XIV e XV secolo, videro la città passare dal dominio dei Visconti di Milano a quello degli Este di Ferrara e poi ancora a quello milanese. La situazione era poi complicata dalla presenza in loco di potenti famiglie come i Rossi, i da Correggio, i Sanvitale e i Pallavicino che divennero i referenti delle bellicose «squadre» che da loro prendevano il nome e che si contendevano il controllo dei principali organi di governo cittadini.
Tra Tre e Quattrocento, Parma fu dunque caratterizzata da livelli di violenza decisamente elevati. Più difficile è valutare come stessero le cose in precedenza, durante la piena età comunale, anche se la presenza, negli statuti, di un numero cospicuo di norme relative alla gestione delle dispute cittadine, induce a ritenere che, già in questo periodo, a Parma esistesse una situazione di disordine diffuso, con la quale le autorità pubbliche dovevano confrontarsi e che risultava aggravata dall’instabilità politica e istituzionale che caratterizzava la città.
Nel loro complesso, le fonti a nostra disposizione restituiscono un’immagine multisfaccettata delle dinamiche della conflittualità in atto a Parma tra Due e Quattrocento. In questo periodo la vita cittadina fu segnata da periodiche esplosioni di violenza collettiva, oltre a sperimentare una miriade di contrasti e dispute di natura diversa. Inevitabilmente, un ruolo di primo piano era rivestito da contese di carattere politico, che facilmente potevano sfociare in atti violenti. Si trattava di episodi legati ai momenti di più diretto confronto tra le parti in lotta per il predominio o il controllo sulla città. Si pensi agli scontri tra gli esponenti del fronte filoimperiale e di quello filopapale nella seconda metà del Duecento o alle rivalità tra le squadre cittadine nel Quattrocento.
 Momenti di grave tensione intracittadina si verificavano poi anche in occasione dei passaggi di Parma da un regime politico a un altro, quando gli equilibri di potere preesistenti venivano messi in discussione.Accanto alle contese di natura politica si collocavano poi conflitti di carattere inter o intra familiare, liti di vicinato, rivalità di tipo personale, episodi di microconflittualità, atti criminosi, e altro ancora. Si tratta di fenomeni difficili da studiare dal momento che trovavano scarso spazio nelle fonti. Qualche indicazione in merito si può però trarre, anche in questo caso, dagli statuti, dove sono ricordati numerosi comportamenti criminosi che avevano luogo in città. Accanto alle rubriche dedicate ai crimini più gravi (De homicidio; De assassinis et veneficis), se ne trovano diverse relative ad altre forme di violenza, come il capitolo De insultu, che individua, nell’ambito di una stessa categoria di reato, numerose varianti, che vanno dall’attacco «senza armi e senza ferite» a quello «con armi e con ferite», distinguendo le offese anche in base al momento della giornata e al luogo in cui avvenivano.
Tra le espressioni «minori» della conflittualità urbana e le sue manifestazioni più esplosive esisteva comunque uno stretto legame: negli antagonismi politici infatti trovavano spesso alimento e giustificazione molteplici forme di violenza, perpetrate tanto da singoli individui quanto da gruppi; la condizione di disordine riscontrabile a Parma nei momenti di maggiore tensione politica portava poi con sé la tendenza a violare più facilmente le regole della vita civile e della convivenza reciproca. A questa variegata realtà faceva riscontro una forte pulsione verso la pace, intesa come ideale a cui la società nel suo complesso deve aspirare ma anche, concretamente, come condizione necessaria perché essa potesse funzionare. Vanno inserite in questo contesto le iniziative intraprese dal potere pubblico per far fronte alle diverse espressioni della conflittualità urbana e gestirne le manifestazioni più eversive, in forme coercitive, attraverso l’esercizio della giustizia e l’elaborazione di apposite normative oppure con modalità pattizie e mediatorie.


Alle strategie che le autorità mettevano in campo per contenere gli effetti del conflitto si accostavano, o meglio, si sovrapponevano pratiche sociali quali la faida, che comportava forme di autoregolazione della violenza, e le pacificazioni, la cui portata può essere più o meno ampia a seconda del numero di persone coinvolte. Spesso l’appello al superamento delle discordie, incarnato nel grido «Pace, Pace», veniva dal basso, dalle masse che chiedevano un rinnovamento della vita politica (e religiosa) cittadina. È ciò che avvenne nel caso dei tumulti che, nel 1308, segnarono la fine della prima signoria di Ghiberto da Correggio e che videro la popolazione gridare a gran voce «pax, pax, populus, populus».
 All’idea di pace, negoziata e non imposta, facevano però riferimento gli stessi poteri pubblici nel momento in cui si proponevano come forze pacificatrici grazie a cui la città poteva ritrovare la concordia. Tra Due e Quattrocento, infatti, le autorità rivendicarono tra i propri ambiti di competenza il mantenimento della concordia cittadina, affiancando a provvedimenti di repressione e punizione del disordine iniziative volte a mediare i conflitti. Le autorità potevano raggiungere questo risultato in modo indiretto, agevolando le forme private di pacificazione, oppure in modo più diretto, divenendo partecipi di accordi dalla forte valenza politica. Che rivendicare tale prerogativa potesse rivelarsi estremamente vantaggioso, soprattutto dal punto di vista dell’immagine che chi governava offriva di sé, lo dimostra il fatto che, nel Quattrocento, il duca di Milano, per il tramite dei suoi rappresentanti, fu protagonista – o comunque partecipe – di diverse paci tra le squadre cittadine, fortemente connotate da un punto di vista simbolico.
 

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  • Shunkakan

    16 Agosto @ 13.09

    Secoli dopo mi sa che è cambiato ben poco! Tutti rincorrono il potere a danno dei soliti cittadini, tutti a prenderci per i fondelli! Cambierà mai questo serpente che si morde la coda?

    Rispondi

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