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Arte-Cultura

Marina, pittrice sulla cresta dell'onda

Marina, pittrice sulla cresta dell'onda
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Roberto Longoni

Marina. Potenza di un nome. Le gambe (gli aerei) l'hanno portata da una parte all'altra del pianeta; la mano, armata di pennello, la porta in mezzo a onde gigantesche. Tubi d'acqua scolpiti sulla tela, cavalloni sui quali ci si ritrova a fare il surf con l'immaginazione, fino a trovarsi presi da tanta energia e «centrifugati» e sbattuti su una qualche spiaggia lontana. Sono gli oceani di una parmigiana che ha preso il largo nella vita e con l'arte: Marina Fietta, strajè a Singapore, di professione pittrice, oltre che insegnante di italiano, spagnolo e inglese.
Di recente, ha realizzato la sua prima personale nello stato-isola di fronte alla Malesia. Alle pareti della galleria Evil Empire, al 48 di Niven Road, ha appeso onde e ritratti, dipinti che lei definisce «pezzetti del mio cuore», e ha provato l'emozione di sentire il cuore dei tanti visitatori battere in sintonia con il suo. Gente che s'è fatta prendere dalla forza del suo oceano su tela e degli sguardi dei suoi soggetti. «E un collezionista d'arte singaporiano - racconta - ha comprato il quadro con la bambina riprodotto dalla locandina».
Marina l'amazzone: in modo diverso era già nota prima della personale, tra i grattacieli e le «aiuole» della giungla addomesticata di Singapore. «Oltre alla pittura - spiega -  ho una passione: la moto. E' stata una gioia immensa  avere ottenuto la patente A anche qui. Da queste parti non sono abituati a incontrare donne in sella a rombanti due ruote. Se poi la centaura è occidentale, la sorpresa è ancora maggiore. In pratica, a ogni semaforo, mi ritrovo a rispondere a sconosciuti che si affiancano in attesa che venga il verde». Brevi chiacchierate in inglese con i malesi e in mandarino  («Qualche parola l'ho imparata, stando qui» sorride lei) con i cinesi. Basta un'accelerata da un incrocio all'altro, per superare frontiere su frontiere nel crogiolo di razze e culture di Singapore.
Nata nel 1966, già da bambina Marina Fietta amava ritrarre persone,  soprattutto donne. Il cuore l'avrebbe portata a  iscriversi all'istituto d'arte Toschi, ma finì sui banchi del liceo scientifico Marconi. Non fu una scelta sbagliata, tutt'altro. Gli studi finirono con due lauree a Parma: in Pedagogia e in Lingue e letterature straniere. «Pensavo di dedicarmi alla carriera universitaria: divenni ricercatrice». Ma tra la sua vita e questo progetto iniziò a mettere un oceano di mezzo nel 2001. «Mio marito, un olandese che lavora nel settore delle telecomunicazioni, venne mandato in Brasile. Io partii con lui». A Rio de Janeiro, la strajè poliglotta prese a insegnare italiano, spagnolo e inglese. «Fu allora che sentii di nuovo la voglia di dipingere». Era naturale che venisse anche il desiderio di andare oltre, impegnandosi nella conquista  dei rudimenti della tecnica. Successe sempre al di là dell'Atlantico, ma un po' più a nord.
«In Ecuador, ho seguito i corsi della pittrice Sonnia de Marques». Fu allora che venne la prima mostra, con la collettiva «Guayaquil, Arte y Cultura». Dell'Ecuador Marina conserva un ricordo intenso. «Un Paese bellissimo - dice - anche se non avanzatissimo. Viverci, per chi non è nato lì, è difficile soprattutto sulla carta, ma noi non abbiamo avuto alcun problema». In quel periodo, per «obblighi scolastici», la pittrice parmigiana dovette cimentarsi anche con i paesaggi. Per poi dedicarsi a tempo pieno alle sue passioni pittoriche: ritratti e onde. «Sono sempre stata innamorata del mare, affascinata dagli azzurri e dai verdi, dalla potenza e dalla bellezza di questa trasparenza». Così dal suo pennello sono nati  i cavalloni immensi, i «tubi» dei surfisti. «Grandi e “oltraggiosi”, sulle tele di un metro e 20 per uno e 60». Energia blu allo stato puro.
Intanto, le correnti della vita, hanno portato la pittrice strajè a Buenos Aires per sei mesi, poi ad Amsterdam, città natale del marito, e poi quattro anni a Singapore. «Dove siamo tornati, dopo un anno e mezzo a Kuala Lumpur». Rilassata ed estroversa la Malesia, selvaggia e splendida specie tra le isole della costa orientale; più frenetica e moderna la «cinese» Singapore.  «Una delle realtà più avanzate in Asia - spiega Marina -. Appartiene al primo mondo: ha servizi altissimi, tutto funziona alla perfezione». E' qui che nel 2005 la pittrice parmigiana ha seguito due workshop con la pittrice Manjeet Shergill, per poi iniziare a studiare dal gennaio del 2006 con il suo nuovo mentore, l'artista britannico James Holdsworth. «Con lui ho ricominciato da capo». Cioè dalle fondamenta della pittura: disegno dal vivo, chiaroscuro, e da ciò che non è sotto gli occhi di tutti. Come il teschio. «Proprio così, bisogna capire bene l'anatomia umana» sorride lei. Specie per i ritratti, che sono al centro delle tele di Marina («Mentre le onde - spiega - sono una sperimentazione, un gioco, una liberazione d'energia») dipinte esclusivamente a olio. Con Shergill, l'artista strajè è ormai arrivata a partecipare a quattro collettive, nella galleria Block 43. «La mia pittura è stata rivoluzionata dalle conoscenze e dalla tecnica. Avere la possibilità di esprimere quello che voglio mi rende davvero felice».  Una felicità che si misura a «curve»: tra quelle di onde e volti umani disegnate sulle tele a quelle tracciate con la moto in mezzo ai grattacieli e i parchi di Singapore.

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