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Addio a Romano Costa: raccontò il Terzo mondo

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Paolo Lagazzi

Mai, da quando abito il mondo, ho sentito che la morte non è forse diversa da una specie di vacanza infinita come quando ho saputo della scomparsa, avvenuta a Roma nei giorni scorsi, dello scrittore parmigiano Romano Costa. Nessuno stile di vita più del suo – nemmeno quello di Attilio Bertolucci, che Gadda aveva definito «il Napoleone delle vacanze» – era così profondamente radicato nella libertà delle pause, dello spostarsi qua e là, dell’assaggiare sapori, situazioni e amicizie, del conversare per ore e giorni, del perdere tempo in attesa di ritrovarlo chissà quando, del passeggiare, dello sfogliare giornali, del curiosare in margine ai momenti con impagabile leggerezza. Quando ci sentivamo al telefono la sua voce arrotata, dolce e un po’ gracchiante aveva sempre qualcosa di favoloso come se risentirlo riaprisse in me gli orizzonti sconfinati di tutti i viaggi che aveva compiuto, mentre rilanciava, col suo tocco naturalmente elegante, la chance di una vacanza da condividere in spazi irrorati da quella lieve ebbrezza che nasce dalla gioia della gratuità, dal piacere alcolico della chiacchiera. Tutte le estati, ormai da anni, mia moglie Daniela, io e nostra figlia Viviana eravamo invitati a raggiungere lui e sua moglie Sancia – a volte c’erano anche i loro figli Caterina e Andrea con i nipotini – nella splendida villa del Soldo a Cavallasca non lontano da Como, villa che Sancia aveva ereditato dalla nonna materna, la famosa Margherita Sarfatti amante del Duce, mecenate di artisti e scrittrice. Condividere con Romano, Sancia e tutti gli altri alcuni giorni in quel luogo immerso nel verde, profumato d’erba, circondato da cavalli e asini, radioso di colori e bellezza in ogni angolo (l’interno della villa è una specie di museo della pittura del Novecento senza nulla della seriosità dei musei), era davvero come abitare in un altrove segnato dalla grazia, dalla freschezza, dalla magia di un tempo sospeso. Dalle diverse camere per gli ospiti si affacciavano spesso personaggi quali Valentino Parlato, Mario Dondero, Ambrogio Borsani o Silvia De Laude, e le conversazioni che si intrecciavano tra loro e noi erano sempre, in qualche modo, filtrate, cadenzate, condotte dalla regia sorniona e discreta, affabile ma anche capace di autentica passione, di Romano davanti a infiniti bicchieri e bottiglie di vino, whisky o gin tonic...
Nato a Parma nel 1933 da un padre a sua volta parmigiano – mentre la madre era originaria di Monchio –, Romano non compì mai studi regolari (non terminò neppure il liceo) ma, guidato dal talento e da una specie d’invisibile bussola, seppe entrare abbastanza presto in contatto con quel mondo letterario di cui Attilio Bertolucci era il capofila e il maestro. Dopo alcune collaborazioni all’«Avanti» e al «Ponte» di Piero Calamandrei, e alcuni viaggi tra Parma e Parigi, si stabilì a Roma. Tramite Bertolucci, che lo volle coinvolgere come redattore e impaginatore nell’avventura del «Gatto Selvatico», nella capitale conobbe e cominciò a frequentare alcuni tra i più famosi scrittori, da Moravia a Pasolini a Enzo Siciliano. A partire dai primi anni Sessanta si avventurò lontano dall’Europa sino all’Africa, in Asia, in America Latina e negli USA (a New York avrebbe abitato per almeno due anni). Mentre girava documentari per la Rai in molti dei luoghi da lui visitati, andava intarsiando nella sua mente quei paesaggi, quelle prospettive di cui avrebbe nutrito i propri libri. Oltre a una serie di racconti ancora dispersi in varie riviste, tra cui «Palatina», la sua opera comprende sette romanzi: «La ragazza dalla braccia lunghe» (1968), «Aphrika» (pubblicato da Franco Maria Ricci nel 1972 con una prefazione non firmata di Giovanni Mariotti), «Lambras» (1975) e «East Village» (1977, entrambi editi da Mondadori), «Negro» (Il Saggiatore 1981, seguito da una conversazione con Moravia), «La capanna di Calibano» (Feltrinelli 1990) e «L’isola dell’orgoglio» (1992). Sarebbe arduo stringere, in poche righe, il succo di questi libri, ma credo che la loro forza e originalità meriterebbero un editore capace di ripubblicarli tutti in un solo volume diretto anzitutto a lettori giovani, innamorati di viaggi e di esperienze diverse.
Vibranti di vita vissuta, tesi in primo luogo a sondare i colori e le dissonanze, il fascino e le contraddizioni del Terzo (o Quarto) Mondo, i romanzi di Costa risentono profondamente del gusto primario dell’autore per la conversazione, del suo humour incisivo e saettante, della sua passione politica chiaramente, ma in modo del tutto libero e anticonformista, orientata a sinistra; scintillano di osservazioni a volo radente, di immagini illuminanti e paradossali, di visioni nitide come inquadrature filmiche o dipinti iperrealisti, di idee profonde gettate sulla pagina come manciate di motti di spirito tra punti esclamativi che ricordano vagamente Céline, passaggi in falsetto degni di Arbasino, salti sintattici e ammicchi in tralice, note nervose e puntute, brevi scarti aforistici, tempi e controtempi di una personalissima esplorazione del mondo, di un personalissimo confronto con le aporie dell’umano e del disumano, della bellezza e del mostruoso, dei corpi e del Potere, dell’esperienza quotidiana e della Storia... Nella deriva generale del nostro oggi questi libri potrebbero offrire ancora a molti lettori il segno coraggioso e autentico, lo sguardo icastico e acuto di un uomo che ha amato sino in fondo, con felicità e leggerezza, la vita senza mai sottrarsi ai necessari confronti con l’ombra, lo scandalo della povertà e dell’ingiustizia, l’assedio della menzogna, il peso del dolore e del male.

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