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Così nacque la democrazia

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di Sergio Caroli
Pauline Schmitt Pantel, professore emerito di Storia greca dell’Université Sorbonne di Parigi, è annoverata tra i massimi studiosi dell’antica civiltà ellenica. «I migliori di Atene. La vita dei potenti nella Grecia antica» è il titolo della sua ultima fatica (Laterza, pag. 218, euro 20), volta a scandagliare una tematica che - data la povertà delle fonti - è lasciata in ombra dagli storici. A lei chiedo se sia possibile comprendere come il gruppo sociale dominante si mantenne al potere nella Atene del V secolo, periodo aureo della sua storia. 

 «Il potere - mi risponde - era allora essenzialmente nelle mani di qualche grande famiglia aristocratica, anche se il popolo possedeva diritti politici reali. La nostra visione della vita politica è tuttavia falsata dal modo di scrivere la storia da parte di fonti dell’età classica come Erodoto e Tucidide e di epoche successive come Plutarco, i quali insistono su destini individuali, su qualche personaggio di cui presentano il ritratto, lasciando però in ombra la maggior parte degli attori reali della vita politica». 
Attraverso quali tecniche i migliori di Atene hanno costruito le loro immagine pubblica?
La costruiscono in modi diversi. Il primo, senza dubbio il più importante, è la partecipazione alla guerra, alla difesa della città. Tutti gli uomini politici del V secolo ad Atene sono conosciuti almeno per il loro coraggio sul campo di battaglia, per la loro attitudine al comando e per doti di tattici. L’immagine pubblica si forgia anche nell’assemblea. E’ importante in primo luogo parteciparvi attivamente, presentare proposte di legge, difendere le proprie opinioni davanti ai membri dell’assemblea con eloquio capace di convincere. Il talento oratorio è un «atout» indispensabile. La seduzione del popolo dei cittadini (il demos) si realizza soprattutto all’assemblea come aveva ben compreso Alcibiade all’inizio della sua carriera politica.
Ma bastano la guerra e l’assemblea a fare di un cittadino un dirigente ad Atene?
No. bisogna anche dar prova di generosità, non esitare a spendere la propria fortuna per il bene pubblico; occorre rispettare le leggi religiose della città e partecipare ai culti delle diverse divinità. La pietà è una qualità richiesta all’uomo politico. Gesta empie comporterebbero l’esclusione temporanea o definitiva dalla comunità. Infine l’immagine pubblica passa per il rispetto delle norme istituite dalla città. In tutte le zone della vita privata l’uomo deve avere costumi conformi all’ideale democratico: dar prova di devianza è mal visto e può condurre alla caduta. Ma nel medesimo tempo i migliori di Atene sono noti per le loro avventure amorose e per eccessi di varia natura.
Attraverso quali forme di controllo «dal basso» prese corpo la democrazia ateniese?
Il controllo del popolo sui dirigenti politici assume forme diverse. Si compie scegliendoli: sono estratti a sorte o eletti su liste preparate dalle assemblee. Il controllo si manifesta inoltre nella vigilanza sulle cariche pubbliche. Ogni magistrato, prima di entrare in carica, è sottoposto a un esame assai puntiglioso: la docimasia, dove ne viene valutata la capacità di divenire un responsabile. All’uscita dalla carica, deve render conto della sua gestione e delle sue azioni. Può essere perseguito davanti ai tribunali qualora ne venga scoperta una malversazione. Infine l’assemblea del popolo attraverso un voto può condannare all’esilio qualunque uomo politico ritenga nocivo alla democrazia. E’ la procedura dell’ostracismo. La maggior parte degli uomini illustri ne sono stati vittime.
Come caratterizza personaggi come Pericle e Alcibiade?
Pericle e Alcibiade come gli altri uomini politici ateniesi, le cui vite conosciamo attraverso Plutarco, sono stati i motori e gli attori della vita sociale. Attori perché hanno diretto i destini della società in più campi: come strateghi hanno guidato le loro truppe durante le guerre, come magistrati hanno reso esecutive le decisioni delle assemblee. Motori della vita politica ateniese perché su loro iniziativa vengono stabilite nuove leggi, sono costruiti monumenti, sono condotte ambasciate presso altre città. Ma essi sono anche i motori della vita economica: proprietari fondiari e possessori di fabbriche artigianali o di miniere, impiegano numerosi schiavi e fanno anche lavorare uomini liberi contribuendo a creare la ricchezza della città. Nella vita sociale appaiono spesso come uomini capaci di unire la comunità civica, darle uno scopo, ma anche di distrarla con feste e banchetti.
E' possibile stabilire con quale occhio la gente comune guarda alle élites della classe dirigente cittadina?
Il modo con cui il popolo considera le sue élites è difficile a comprendersi. Possediamo solo pochi rilievi che giungono dal demo stesso. L’impressione è che il consenso tra popolo ed élites resta finché i dirigenti rispettano i valori comuni della città. Se derogano ai suoi valori diventano oggetto di critica. Un buon osservatore del rapporto fra dirigenti e l’insieme dei cittadini è il poeta comico Aristofane. Egli mette in scena nelle sue pièces tutti gli aspetti criticabili delle élites, non esitando a farne degli individui corrotti, vili e dei demagoghi. Ma il suo fine è quello di far ridere e molto insiste su questo aspetto. Gli storici attuali tendono piuttosto a pensare che durante il V secolo si sia stabilito un buon equilibrio tra i cittadini e i loro governanti, il quale ha consentito alla città di evitare turbolenze maggiori all’interno e proseguire così una politica egemonica all’estero. 
I migliori di Atene - Laterza, pag. 218  20,00
 

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