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Arte-Cultura

Tiziano, capolavoro giovanile

Tiziano, capolavoro giovanile
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Pier Paolo Mendogni

Rieccolo, straordinario. Dopo due secoli e mezzo è tornato (temporaneamente) nella sua Venezia il primo paesaggio-ambiente della storia della pittura in cui l’uomo si ritrova armonicamente inserito nel creato. L’ha realizzato Tiziano nel 1507, a meno di vent’anni, appena passato dalla bottega di Bellini a quella di Giorgione, imprimendo una svolta significativa ad un percorso di scoperta e valorizzazione della natura partito proprio da Giovanni Bellini all’inizio del ‘500 e proseguito con Giorgione. Soggetto: la «Fuga in Egitto» dipinta su un imponente telero (2 metri per 3,24) per Andrea Loredan e acquistato nel 1768 da Caterina la Grande di Russia ed ora custodito all’Ermitage che ha provveduto ad un attento restauro, avviato nel 2000 e conclusosi quest’anno, con cui sono stati rimossi i materiali incongrui così da restituire alla tela i colori originali. E la visione incanta per il clima da Paradiso terrestre che si respira nell’opera che vede al centro Maria che, seduta su un asino, stringe amorevolmente il piccolo Gesù legato a lei con un fazzoletto; dietro loro cammina a grandi passi San Giuseppe mentre l’asino è condotto da un ragazzino dall’aspetto angelico. I fuggitivi si muovono in un prato tappezzato di vellutata erbetta sulla quale sostano alcune pecore col pastore, un cervo, un toro e altri animali. Parte dello sfondo è occupata da alberi rigonfi di tenero fogliame di variegate gamme di verde imbiondite dal sole mentre nella parte aperta si ergono, lontane, puntute bluastre cime cadorine. La presenza di un fiume rende ancor più dolce la scena che ha favorevolmente colpito Giorgio Vasari, tanto da parlarne ne «Le Vite», e ha ricevuto le lodi entusiastiche di Marco Boschini (1660) «Quadro che ognun, che ‘l vede il se ghe inchina:/ Quadro inalzà su l’ale de la Fama/ Quadro ch’ogni Pitor l’aprecia, e ‘l chiama/ Opera humana no, ma ben divina». Il quadro «che viaggia sulle ali della fama» resterà fino al 2 dicembre a Venezia nella Galleria dell’Accademia circondato da una ventina di altri capolavori nella mostra denominata «Il Tiziano mai visto. La Fuga in Egitto e la grande pittura veneta», curata da Irina Artemieva e Giuseppe Pavanello, come il catalogo edito dalla Marsilio. Un’occasione unica, imperdibile, poiché oltre al dipinto di Tiziano, che non lascerà più San Pietroburgo, la rassegna propone un eccezionale confronto con capolavori assoluti di Bellini, Giorgione (quattro opere), Bosch (due trittici), Cima da Conegliano, Lotto, Sebastiano del Piombo, ognuno dei quali potrebbe rappresentare il punto d’attrazione di una esposizione. E tutto è legato dal filo robusto della trasformazione della funzione del paesaggio dapprima visto semplicemente come uno sfondo e poi diventato – grazie a Bellini, Giorgione e Tiziano - «specchio del corpo vivente della natura». Sorprendente l’apporto di Hieronymus Bosch, conosciuto a Venezia in quel periodo, poiché con le sue originali e visionarie invenzioni tende a far perdere all’uomo la sua centralità spostando l’attenzione su una serie di sconcertanti particolari. Il primo a manifestare un nuovo sentimento per la natura è stato Giovanni Bellini dal quale – come ha scritto Adriano Mariuz in un saggio fondamentale – «ha preso avvio la splendida stagione della pittura paesistica veneziana». La sua «Allegoria del sacro», che apre il percorso, è di una bellezza incantata e incantevole in quanto il respiro del sacro coinvolge tutta la natura che circonda i personaggi, attori di un discorso eterno, senza tempo, in cui l’intensa tensione spirituale si coniuga col realismo palpabile dell’atmosfera. E qui entra in scena Giorgione con le sublimi «La tempesta», «Il tramonto», «Omaggio a un poeta», «Madonna col Bimbo nel paesaggio». Sulla «Tempesta» sono stati scritti volumi per cui è inutile soffermarsi se non per sottolineare come qui la natura sia stata elevata a soggetto principale del quadro. Enigmatico come la «Tempesta» è l’«Omaggio a un poeta», dove i pesonaggi e la natura trovano un raro equilibrio nella stupefazione dei singoli elementi: la roccia «boschiana» che ingloba un eremita, gli alberi a cespuglio di un verde fluorescente, l’altezzoso pavone, l’esotico leopardo, il poeta laureato seduto sotto il baldacchino con lo sguardo perso nel sogno mentre un suonatore di liuto diffonde una musica che acuisce il fascino romantico di una magica sospensione. La poetica colta tensione che percorre le opere di Giorgione si fa panica, fusa armonia naturalistica nel raccolto «Presepio» del giovane Tiziano con Maria e Giuseppe che adorano il Bimbo steso su un prato. Sperimentatore di un tipo diverso di paesaggio è Lorenzo Lotto, che nel «San Girolamo nella selva» usa elementi naturalistici per sottolineare le qualità del santo amante della solitudine meditativa e profondo studioso della Bibbia: così alle asprezze di solitari tronchi spezzati che sovrastano il Dottore della Chiesa si contrappone l’apertura su un ampio panorama storicizzato da un castello, dando vita ad un ambiente di fantasiosa meraviglia che ci riporta a Durer – come si coglie negli alberi della xilografia della «Fuga in Egitto» - presente a Venezia all’inizio del secolo. Lo splendido «San Girolamo» di Cima, invece, è inserito in un ambiente più raccolto e denso di umori sapientemente calibrati così come si avverte nei lavori di Sebastiano del Piombo e Dosso Dossi che completano il suggestivo, eccezionale panorama del primo paesaggismo veneziano.
 

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