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Un'isola, due destini difficili

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Alessandro Censi

L’isola dell’Asinara, dove la scrittrice Francesca Melandri ha ambientato il suo secondo romanzo «Più alto del mare» (Rizzoli, pag. 238, 17,00), è un lembo di terra di selvaggia bellezza dove fino a pochi anni fa era attiva una colonia penale che aveva tutte le caratteristiche della società isolata e del microcosmo territoriale. I protagonisti, Paolo, ex professore di filosofia, e Luisa, una modesta contadina, in visita al carcere di massima sicurezza, sono il padre di un terrorista e la moglie di un assassino: entrambi hanno ucciso, uno per motivi ideologici, l’altro per motivi comuni. I due personaggi stanno attraversando un tratto buio della loro vita. Luisa, da dieci anni viaggia per visitare il marito detenuto, mentre Paolo, il padre del giovane terrorista, anche se viaggia da meno anni ha addosso un peso di tragedia ancora più grande e straziante, perché si sente responsabile delle scelte del figlio. Nell’ultimo viaggio, il destino impone una permanenza sull’isola più lunga di quelle che di solito erano le loro visite ai parenti detenuti, e in questa occasione Paolo e Luisa -  di cifra opposta,  si potrebbe dire -  s’incontrano. Questo incontro innesca una breve storia d’amore, anche se resta preponderante l’aspetto politico del romanzo che rievoca i terribili anni di piombo. Ma per Paolo e Luisa, ancora stravolti da quello che ha portato in prigione i loro cari, quel breve intermezzo sentimentale colora il resto della vita.Incontriamo la scrittrice Francesca Melandri, che con questo romanzo è finalista alla cinquantesima edizione del Premio Campiello, che sarà assegnato domani sera a Venezia.

Che cosa accomuna Paolo e Luisa?
Sono due persone normali che non hanno nulla in comune, eppure s’incontrano in un posto di grande bellezza e succede loro qualcosa. Lei, credente, tira avanti da sola la fattoria e cinque figli; lui è un professore di storia e filosofia del liceo, di una città che potrebbe essere Torino. Col libro volevo esplorare la natura nuda dei sentimenti e ho messo i due personaggi in una natura aspra dove anche il dolore è nudo, e pure loro sono intimamente esposti all’incontro l’uno con l’altra. E’ il senso della relazione primaria fra due esseri umani che la vita ha spogliato di tutto.

La natura, nei suoi libri, ha sempre una importanza primaria?
In generale nei miei scritti, la natura ha sempre molta importanza. Nel mio primo romanzo, «Eva dorme», erano protagoniste le montagne, le vallate e gli abitanti del Sud Tirolo /Alto Adige. Nel rapporto fra le esperienze di ogni essere umano, non necessariamente metafisiche, e la natura, sento che c’è qualcosa che mi riguarda, anche se non so bene perché. Io mi percepisco sempre come un essere umano che vive dentro un contesto spaziale, geografico, anche quando cammino in città per me la natura è molto importante. Inevitabilmente quindi trasferisco questo anche nei miei personaggi.

Che cosa le ha ispirato l’idea di un  romanzo ambientato all’Asinara, fino a pochi anni fa sede di un penitenziario di massima sicurezza?
L’idea iniziale è nata proprio da una visita all’Asinara. Ancora non avevo scritto neppure il mio primo romanzo, ma restai affascinata dalla natura dell’isola. L’Asinara adesso è un parco naturale e dato che non c’è più il carcere si può visitare con delle guide ma non vi si può soggiornare, e credo che chiunque vada lì non può non essere travolto dal contrasto tra la strepitosa serenità e varietà della natura – le montagne, gli asinelli bianchi, i cavalli bradi, i prati, il mare turchese - e le terribili vicende umane di dolore e violenza che qui si sono susseguite: prima covo di pirati, poi lazzaretto per le malattie infettive, poi campo di prigionia per i criminali di guerra, carcere e infine carcere di massima sicurezza.

Anche se gli anni di piombo sono lontani, non le è sembrato rischioso scriverne, sia pure in modo marginale?
Tutto ciò che è marginale, luoghi, punti di vista, sentimenti sono, per mia indole, qualcosa che sento affine e che mi serve per capire il mondo. Il romanzo è ambientato nel 1979: un anno dopo il rapimento di Aldo Moro, un anno prima della strage alla stazione di Bologna, e l’anno della rivolta nel carcere dell’Asinara. Quegli anni avevo interesse a raccontarli, ma volevo starne ai margini, sul bordo. E quindi ho pensato di avere come protagonisti dei parenti di carcerati, figure che sono raccontate molto poco, ma che io, sento più prossime. In qualche maniera sono coloro che, come il resto della società, hanno convissuto, senza essere protagonisti ma subendone l’onda d’urto, quella violenza politica che ci ha assediato per tanti anni.

L’Agente di custodia, è una sorta di Virgilio che l’accompagna nel mondo complesso del carcere?
Il terzo protagonista, l’agente di custodia Nitti Pierfrancesco, mi era necessario per entrare nell’universo carcerario di massima sicurezza, chiuso al mondo e con regole tutte sue. Attraverso questo personaggio volevo raccontare che anche una persona di sentimenti semplici ma veri, messa in una situazione che non è umana, in un universo chiuso di segregazione, quasi un inferno, non può non diventare lui stesso il male. Questo non è un giudizio sulla persona ma sul sistema. raccontare anche questa cosa.

Più alto del mare
Rizzoli, pag. 238, euro 17,00

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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