Arte-Cultura

I ceci e la fagianella

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 Marta Silvi Bergamaschi

Le pallide ora vespertine hanno ormai inghiottito il tempo; si assopiscono, grigioperla fumoso, sulle strade del paese. E’ settembre, il dolce mese che s’adagia pigro nell’intonsa campagna che inizia appena fuori paese. Brillava di verde, di gialli intensi, di riflessi mobili che ondeggiavano come un velluto accarezzato da mani invisibili. 
I casolari sparsi nel verde riposavano come nidi: case vecchie e timide, che davano un senso di pace. Noi ragazze inforcavamo la bicicletta e si pedalava leste sulle strade di polvere bianca che conducevano verso prati di granturco. I fusti s’alzavano dritti con i loro pennacchi d’oro, invitanti. 
Le pannocchie sarebbero poi diventate farina gialla: la farina di sole che avrebbe illanguidito i borghi con l’odore molle della polenta.
Tra i fusti del granturco crescevano, verdi e pudiche, piantine di ceci, la nostra passione. Clara ci aveva svelato il grande segreto. «I ceci - aveva detto -  se ne stanno in piccole capsule verdi, brusche e lievemente pelose, sono teneri, con un sapore particolare che non vi so dire. Occorre assaggiarli» . Clara sapeva tutto della campagna.  «Poi - continuava -  ci fermeremo a Corticelli a raccogliere due grappoli di “ besgano''. E’ un’uva rosso chiaro, gli acini sono grossi come palline e dolci, dolcissimi. I grappoli, enormi, pendono superbi come drappi».  «La roba che è nei campi è di Dio e dei passanti» diceva ridendo Clara. «Certo -  rispondeva Angela -  non penso proprio di rubare: penso di voler conoscere “dal vivo” le buone cose che ci dona la terra. La terra, dice mio padre, è un bene immenso che non ci tradirà mai. Sarà l’uomo a tradirla  ed essa si vendicherà».
Eravamo tre ragazze: Clara, Angela e io, Maria. Tre adolescenti che si divertivano in modo molto semplice. Mio padre diceva: «Bambina mia, non è vero ciò che dice Clara: voi vi divertite in modo poco onesto. La roba che è nei campi è di chi, con fatica, la coltiva». Non accettavamo limitazioni e prediche.  Ci fermammo però ai ceci, perché era veramente raro trovarli, se non in qualche campo di granoturco. Settembre finiva in un baleno. Sfiorivano i colchici color malva, sfiorivano poco a poco gli altri fiori di campo. I colori cambiavano, la sera calava improvvisa e noi ragazze ci si vedeva meno. A ottobre iniziavano le scuole. I ceci si ritrovavano in cucina raccolti in sacchetti candidi: piccoli, gialli e secchi. Si gonfiavano nell’acqua. La mamma li lessava e a merenda ci proponeva, a volte, una tazza di ceci. Farinosi, dolci: per noi erano una prelibatezza. Mia sorella diceva: «Quanti misteri intorno a noi! Pensa alla forma dei ceci, dei fagioli, ai colori della frutta e della verdura. Chi è l’autore di tante meraviglie, se non un benefico mago?». «Qualcosa di più di un mago»  rispondevo io. E lei, perentoria: «Non voglio fare discussioni più grandi di me. Comunque, le cose che ci circondano sembrano uscire da una bella fiaba: e nelle fiabe i maghi esistono». Un giorno la mamma fece la farinata di ceci: la divorammo. Il papà tornava dall’ufficio e chiedeva: «Sono, per caso, di moda i ceci quest’anno? E se si pensasse di cucinare un bel fagiano?». Tolse  dalla grande cartella di pelle che portava con sé un fagiano femmina, raccolto nella sua placida morte, gli occhi aperti, interroganti. «Me lo ha venduto Lino: sarà squisita questa fagianella». «Tu papà - dissi io -  sei un papà buono e gentile, però ti nutriresti sempre di cadaveri». «Sentila la ragazza, quale alta filosofia esibisce. Se sei coerente, non mangiare la fagianella. Vedremo, vedremo…».
«Non la mangeremo -  rispose sua sorella -  non la mangeremo davvero».
E non la mangiammo. La mamma sorrideva, ironicamente compiaciuta. Mangiò comunque la fagianella con il papà. E noi? Con molto gusto e con un’espressione rivoluzionaria negli occhi (così raccontò la mamma) facemmo sparire un piatto ricolmo di pasta e ceci. 

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  • Benedetta Barilli

    03 Settembre @ 09.12

    letto con grande piacere il racconto.sono tracce di vita delicate ed intense.sempre interessanti,queste storie della Bergamaschi.vorrei rifarmi al racconto precedente e al commento offensivo del sig.Davis De Piave...forse aspirante scrittore,visto la sua acredine,ingiustificata?Seguo da tantissimi anni la scrittrice,che paragono a Katherine Mansfield,,per la profonda capacità di scrittura e nella descrizione dell'attimo.vi è racchiuso un mondo,pieno di poesia,umorismo,ironia,malinconia.noi lettori sappiamo la difficoltà dell'esprimere una storia,nei racconti brevi....a maggior ragione,la sig.Silvi Bergamaschi,la trovo dotata di grande talento.Pregherei il sig De Piave,di leggersi il libro "inverno con il padre",della scrittrice,edito dalla casa editrice MUP,forse capirà meglio le doti di chi sa scrivere veramente,invece di offendere,scrivendo frasi distruttive,come ha fatto riguardo al racconto"due cani e una signora".distinti saluti

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