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Misteriosa magia della vita

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di Elissa Piccinini

Forse il più potente e fecondo denominatore comune di tutta la narrativa dello scrittore americano Ray Bradbury potrebbe essere individuato nella «magia». «Magia» è termine ampio, ambiguo e profondamente polisemico per le sue implicazioni. La magia infatti, nell’opera bradburiana, non solo permea di sé l’intera gamma dei contenuti, avviluppa il piano del significato facendosi lineare e solido filo narrativo, ma dà corpo anche alla forma, allo stile, a tutto il livello del significante. Il lavoro di Bradbury è magia. Ma spieghiamoci meglio. Stiamo parlando di quel particolarissimo tipo di magia che è fascinazione e incantamento, lo spalancarsi degli occhi e del cuore dinanzi al mistero della vita. E questo specialissimo genere di magia appartiene da sempre all’infanzia e alla poesia. L'infanzia è, si sa, quel momento privilegiato dell’esistenza umana che sa ancora stupirsi di fronte al dispiegarsi del tempo e della vita. Bradbury ha scritto tanto su quella meravigliosa e terribile soglia che unisce e al contempo inesorabilmente separa l’adolescenza dall’età adulta.
Sono tanti i ragazzi che prendono corpo nei romanzi di Bradbury, e in quel loro aprirsi alle infinite possibilità dell’esistere essi crescono e cambiano, dolorosamente si lacerano divenendo altro da sé. Anche nel recente  «Addio all’estate» (uscito con Mondadori) siamo di fronte a una romanzo di formazione che racconta di una lacerazione che è perdita e conquista al tempo stesso. Un gruppo di ragazzini, già protagonisti di un precedente romanzo («L'estate incantata»), affronta l’archetipico rito di passaggio che conduce a un livello superiore di coscienza e consapevolezza. Ma questo rito, come insegna l’antropologia, non è mai limpido. Esso, al contrario, si nutre di sangue e di lacrime, si alimenta di dolore. Così i giovani Douglas, Tom, Charlie & Co. decidono di procedere ad un inconsapevole rito di passaggio destinato a cambiarli per sempre. I bambini hanno legami radicali col pensiero magico, inventano i loro «abracadabra», formule di sortilegio che hanno potere sulle cose, e costruiscono connessioni di causa-effetto del tutto arbitrarie. È esattamente sulla base di questi presupposti che il gruppo di fanciulli di Bradbury ingaggia la propria guerra contro i vecchi del paese. Perché i ragazzini di Bradbury non vogliono crescere e invecchiare e morire. Combattono contro i vecchi perché li vedono come gli araldi del tempo che passa (forse non sono neppure mai stati giovani) e rubano loro gli scacchi con cui trascorrono interminabili pomeriggi, perché - credono - sono le pedine con le quali loro (i vecchi) riescono a manovrare i bambini («i pedoni siamo noi. E i vecchi ci muovono sulle caselle, che poi sarebbero le strade. Siamo in mano loro da tutta la vita, intrappolati sulle scacchiere della piazza, e quelli ci manovrano»). Ma dal momento che questa strategia non sortisce alcun esito, ecco che i ragazzini si rivolgono contro l’ipostasi stessa del tempo che consuma e che divora, il grande orologio del paese che scandisce coi suoi battiti il trascorre delle ore. Il tempo divoratore si trasforma metonimicamente agli occhi immaginifici dei fanciulli nel congegno che serve a misurarlo: «ecco lo strumento che prosciugava la vita, che la rovinava. Faceva balzare la gente dal letto e la inseguiva come un mastino, dalla scuola alla tomba».
Ma anche questa, che agli occhi degli adulti, pare solo una «bravata» da ragazzi, si rivela nella «guerra» in corso una dolente sconfitta: il tempo continua a scorrere, non può essere fermato con la frantumazione di un semplice meccanismo. Ma questo insuccesso si rivela, di fatto, un’imprevista (pur se amara) conquista, quella di una consapevolezza nuova, più matura e razionale. La magia è forse (irrimediabilmente?) perduta, ma ora si spalanca ai loro occhi un orizzonte di vita fatto di compassione, di amore, di acerbo erotismo. Ma la magia, dicevamo in apertura, è anche della poesia. E lo stile di Bradbury è marcatamente immaginifico e poetico. La sua prosa è sospesa nel sogno, invischia metafore e suggestioni. Così descrive Bradbury il terribile orologio del paese: «s'innalzava sulla città come un grande e oscuro tumulo funerario, attratto al cielo dal richiamo della luna, e con voce addolorata contava i giorni che non erano più e quelli che non sarebbero più venuti, invocando gli autunni in cui la città era stata giovane e tutto aveva avuto inizio, senza fine... Mezzanotte, disse l’orologio. Tempo, disse, e Oscurità. Gli uccelli notturni si alzarono in volo per trasportare gli ultimi echi, su verso il lago e la campagna notturna, poi più niente».
La guerra dei Giovani e dei Vecchi, che apre il romanzo, ricomponendosi lo conclude, annullandosi nella pacata accettazione della ciclicità dei ritmi della natura e dell’esistenza umana. E quell'addio all’estate che dà titolo al libro diventa palese metafora di una trasformazione e di un passaggio che non appartengono solo alla natura, ma che intimamente pertengono alla vita umana.

 

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