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Guido Conti: lo scorrere dei secoli, le storie

Guido Conti: lo scorrere dei secoli, le storie
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 di Guido Conti

Questo è un romanzo particolare che racconta il mio viaggio dalle fonti al delta del fiume Po. Ho raccolto aneddoti, storie, racconti, ho intervistato personaggi, ho recuperato leggende, ho riscritto racconti già scritti da altri, ho scavato nella memoria di un territorio alla ricerca dei miti, delle storie, delle leggende che vivono in un territorio e ne costituiscono il Genius Loci. Il romanzo raccoglie in sé più forme, dall’antologia di poesie e racconti di scrittori nati sul Po, è un diario di viaggio, un ricettario, una raccolta di cronache e di personaggi. Di fronte ad una rivoluzione dal basso, con popolazioni che vengono da lontano, come sempre è accaduto in queste terre, e trovano lavoro e casa lungo il Po, credo sia indispensabile recuperare la memoria millenaria di questo fiume che fino al 1860 è sempre stato un grande fiume europeo. Così è nato «Il Grande fiume Po» edito da Mondadori.
 
Cercatori d’oro sul Po
Pepòn era un cercatore d’oro della Bassa parmense. Andava spesso in Po. Aveva iniziato dopo aver trovato una piccola pepita. L’aveva vista per caso, perché un colpo di sole l’aveva colpita e il suo riflesso gli aveva illuminato lo sguardo. Pepòn era di Boretto. La sua storia me l’hanno raccontata alcuni vecchi che trascorrono tutto il giorno nei bar della Bassa, giocando a carte di fronte alle bariste cinesi.
Quando li ho incontrati stavano tutti seduti contro il muro, sotto i portici, come se fossero al cinema, e guardavano la solita gente sfilare; guardavano il nulla che avevano davanti, in silenzio, con le spalle al muro. A volte parlano, poi arriva qualcuno, chiede di fare una partita a carte, si risvegliano per mezz’ora, si accaniscono attorno a un tavolo, pagano la bottiglia se perdono e poi ritornano seduti al proprio posto, come a messa, guardando passare le ore senza dir niente.
Quando ho chiesto di questo Pepòn, uno di quei vecchi ha fatto uno sbuffo e ha riso scuotendo la testa, un altro invece mi ha risposto dicendo che la storia era vera. Era il padre di uno che abitava in fondo al paese. Cercava l’oro ogni giorno, anche quando c’era un freddo cane sulle sponde e il grigio del fiume diventa un’ossessione. Lui cercava lo stesso, ed era felice quando il Po si ritirava.
L’uomo che ha sbuffato non ha saputo resistere e mi ha detto ridendo: «Sai cos’ha trovato Pepòn? Un dente d’oro. Non si sa di chi fosse, se di un pescatore o di un morto della Seconda guerra mondiale, ma sta di fatto che lui ha trovato un dente d’oro. Una pepita così, capisci? Grande come una nocciolina. Lui diceva che era una pepita e noi a dirgli che era un molare, ma Pepòn non voleva che si dicesse che lui aveva trovato un dente».
«E sai cos’ha fatto Pepòn?» mi ha detto un altro. «Un giorno siamo andati a vederlo perché era diventato una leggenda. Non aveva un piatto per pulire la sabbia e sai cosa usava? Un vero e proprio setaccio!»
Hanno riso tutti e ho riso anch’io, non sapendo se mi stavano raccontando una cosa inventata sul momento o una storia vera. Forse stavano mescolando verità e finzione, e l’ho capito solo alla fine, quando me ne sono andato. Ma quello che aveva cominciato a raccontare mi ha fermato dicendomi: «Veh, ragasòl (“Guarda, ragazzo”), mi raccomando, se scrivi questa storia devi dire che non usava il setaccio per la farina ma quello per il granoturco, perché diceva che le pepite erano grosse come sassi!».
Hanno riso tutti di nuovo. In quel momento ho capito che si prendevano gioco di me, ma la storia che mi portavo via, mezza vera e mezza finta, aveva un sapore tragicomico che dovevo salvare. Alla fine avevo trovato anche io la mia pepita!
 
Miracoli sul Po: un racconto di Gregorio Magno
Il Po è un fiume straordinario, un territorio di storie. Mentre arrivo a Piacenza penso ai racconti, ai miracoli, alle vicende che si sono sedimentati nel suo alveo, come questa, raccolta tra il VI e il VII secolo d.C. nei Dialoghi di Gregorio Magno.
Nel libro si racconta che Piacenza ebbe come vescovo un uomo di straordinaria forza morale, di nome Sabino. Un giorno il suo diacono gli riferì che il Po aveva inondato i terreni di proprietà della Chiesa e che il fiume copriva interamente i campi da cui ci si aspettava il raccolto per il sostenta- mento della popolazione. Il vescovo Sabino, uomo di santa vita, gli rispose: «Va’ a dire al fiume: il vescovo ti ha ordinato di calmarti e di ritornare nel tuo letto». Il diacono, all’udire ciò, rise beffardo. Allora l’uomo del Signore, chiamato il suo segretario, gli dettò: «Sabino, servo del Signore Gesù Cristo, da’ questo ordine al Po. Ti impongo, nel nome del Signore Gesù Cristo, di non uscire più dal tuo letto in questi luoghi e di non danneggiare le proprietà della Chiesa». Poi ingiunse al segretario: «Va’ a scrivere questo testo e gettalo nell’acqua del fiume». Così fu fatto. E il Po, accogliendo docile l’ordine del santo, subito ritirò le sue acque dai terreni della Chiesa e, tornato nel suo alveo, non ebbe più l’audacia di inondare quelle terre.
 
 
Gli elefanti contro la corrente
Piacenza, fin dall’antichità, ha un ruolo di snodo sul Po. Prima che venisse tracciata la via Emilia, Piacenza era un luogo di passaggio strategico anche i soldati che combattevano lungo il confine dei territori romani.
Durante la Seconda guerra punica Annibale arriva con il suo esercito e i mitici elefanti, sulle rive del grande fiume. Il condottiero cartaginese, con grande ardire, ha attraversato lo stretto di Gibilterra, ha risalito la Spagna, valicato le Alpi e combattuto a Torino, e si ritrova pronto a passare il fiume e a puntare verso Roma. Per la prima volta gli elefanti vengono usati per frenare la corrente del Po.
Il console Publio Cornelio Scipione, dopo essere sbarcato a Pisa, provenendo dalla Gallia, prende in consegna l’esercito romano. Scrive Tito Livio, nel XXI libro della Storia di Roma:
«Fu questo il primo scontro con Annibale, e da esso risultò evidente che il Cartaginese era superiore nella cavalleria, e che perciò ai Ro- mani non erano convenienti per le operazioni belliche le pianure, quali sono quelle che si stendono tra il Po e le Alpi. Onde nella notte seguen- te, dato alle truppe l’ordine di adunare in silenzio i bagagli, fu levato il campo dal Ticino e si ripiegò rapidamente verso il Po, per poter far passare le forze, senza disordine e senza molestie del nemico, sulle zattere con cui erano state congiunte le rive e che erano ancora intatte. Giunsero così a Piacenza prima che Annibale avesse avuto la certezza che erano partiti dal Ticino; tuttavia egli fece prigionieri circa seicento uomini che si erano troppo indugiati nello sciogliere gli ormeggi delle zattere sulla sponda citeriore del Po. Non poté però passare sul ponte, perché le teste erano state disormeggiate, e l’intero ponte di zattere scendeva giù a seconda della corrente. Celio afferma che Magone attraversò subito a nuoto il fiume con la cavalleria e coi fanti ispani, e che Annibale stesso fece passare il resto dell’esercito per i guadi del Po superiore, disponendo in fila gli elefanti per contenere l’impeto della corrente».
 
Il treno Parma-Suzzara-Mantova e la Guzzi di Ligabue
Il 27 dicembre 1883 s’inaugurò la tratta ferroviaria Parma-Suzzara (poi prolungata fino a Mantova), che attraversava un buon tratto della Bas- sa reggiana. Non solo una linea ferroviaria, ma una direttrice di cultura importantissima per quello che era stato il Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla prima dell’unità d’Italia.
Parma, Chiozzola, Sorbolo, Lentigione, Viadana-Brescello, Boretto, Pieve di Saliceto, Gualtieri, Guastalla, Tagliata, Luzzara, Codisotto, Suzzara, Mantova: queste sono le «pisciate» di quella che ancora oggi è, nell’immaginario della Bassa, la littorina, il piccolo treno che va verso Mantova.
A partire dalla stazione di Brescello-Viadana, la ferrovia costeggia in parallelo il fiume Po. «Il Ducale»  lo avevano ribattezzato quelli di Guastalla. È un treno che attraversa la campagna e insegue il sogno del fiume, perché, sebbene lo costeggi, non lo incontra per via degli argini.
Il viaggio, lento e cadenzato, con i vetri pesanti che tremano e le fermate in stazioncine con un binario solo, invita alla meditazione. Su questo treno il giovane Cesare Zavattini si spostava avanti e indietro da Luzzara per andare a studiare e a insegnare a Parma. Dentro quei vagoni affollati di contadini e studenti, Zavattini, giovane istitutore del collegio Maria Luigia, leggerà le prime poesie di Attilio Bertolucci, dimenticandovi parte del lavoro del suo giovanissimo allievo, nel 1927.
Ad Attilio aveva riconosciuto un notevole talento poetico. L’autore della Capanna indiana e di Fuochi in novembre, della Camera da letto e di Verso le sorgenti del Cinghio, ricordava sempre nelle interviste quel fatto che mise a rischio la sua carriera di poeta. Forse Zavattini dimenticò di proposito quelle poesie, pensando di fare un favore al giovane allievo. Una forma di pudore ha sempre circondato lo Zavattini scopritore di talenti. Chissà se le lasciò sul sedile di legno o le buttò dal finestrino, facendo volare i versi del giovane Attilio nell’aria.
Sulla strada che costeggia la ferrovia Parma-Suzzara-Mantova correva sulla moto Antonio Ligabue, «Toni al mat», il pittore che veniva dalla Svizzera e si era rifugiato nel Po a dipingere la sua follia. Dava gas coricato sul serbatoio della sua Guzzi e faceva a gara con il treno, ma, al posto di fischiare e sbuffare, ululava. Ligabue ululava al cielo, e quando aveva il sidecar ci caricava uno dei suoi cani, rincorreva il treno verso Parma e abbaiavano in due. 
Il grande fiume Po - Mondadori, pag. 430, 21,00
 

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  • Alessandra

    09 Settembre @ 22.49

    Sono certa che Conti abbia fatto un'altra volta centro parlando del Po e della vita che si e' snodata sulle sue sponde per secoli e secoli. Le "radici" ispirano sempre, non tradiscono mai e il suo stile tra 'fiction' e indagine storica getta sempe una luce nuova su un argomento su cui hanno scritto in molti. Un libro da leggere magari su una delle lanche del Po, con un panino di spalla cotta e un bicchiere di Fortana.

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