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Il Regio in crisi? Niente di nuovo

Il Regio in crisi? Niente di nuovo
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Egidio Bandini

Non è per citare Giovanbattista Vico, che scrisse dei «corsi e ricorsi» della storia, ma, leggendo in queste ultime settimane delle tribolazioni che sta attraversando il Teatro Regio, fra proteste di artisti e maestranze, soci che abbandonano la Fondazione e difficoltà nel riuscire a far quadrare un cerchio il cui raggio sembra inafferrabile, tornano alla mente due vignette  di Giovannino Guareschi, realizzate nel 1929 per «La Voce di Parma» e riguardanti proprio la situazione del Teatro Regio. Scrive Guareschi il 4 novembre del ’29 con al firma «Michelaccio»: «Novembre necroforo trasforma la città in un grande cimitero e lumini, tenui lumicini da morto, sembrano le fiaccole che brillano nei giorni di festa al palazzo del Comune e i due angeli che, dal frontone del Regio ostentano le loro corone e le loro trombe, hanno le stesse movenze degli angeli scolpiti sulle lapidi funerarie. E il confronto calza perché quest’anno (disperazione degli artisti più o meno lirici) il nostro Regio dormirà forse un sonno di morte e, mors tua vita mea, ne pregustano le gioie i mariti liberati dall’incubo delle première, parola questa francese perciò ambigua, traducibile solo coll’immagine di una signora della buona società che, con un’arma in pugno, prega il consorte di comprarle un abito nuovo». Insomma, non è che anche allora, proprio in occasione delle celebrazioni per il centenario della inaugurazione, il Regio navigasse in acque tranquille. E non era la prima volta: si legge infatti nell’introduzione curata dalla «Casa della Musica» al manoscritto «Dietro il Sipario. Memorie e appunti del Segretario della Commissione Giulio Ferrarini...» che immediatamente dopo l’Unità d’Italia per Parma «il  non essere più capitale, con tutti i vantaggi che la presenza di una corte poteva portare all’economia, ma certo anche alla cultura di una città di piccole dimensioni, gettò Parma in una crisi che non riuscì e non volle mai completamente superare. D’altra parte lo stato italiano non fu, né forse poteva essere altrimenti con una realtà provinciale come la nostra, in quegli anni di aspre polemiche politiche e di necessario rigore finanziario, molto tenero. La soppressione dell’Orchestra nel 1875 è una delle date cruciali per la cultura musicale della città e concludeva un’agonia che durava dal 1862; nel 1868 lo Stato passava al Comune il Teatro Regio». Non sembra di leggere uno degli articoli di cronaca di questi ultimi giorni? La rappresentazione più caustica, e speriamo non altrettanto attuale, della situazione del nostro Teatro, è quella che fa Guareschi nelle vignette che vedete qui a lato accompagnate dalle didascalie in rima, tanto in uso in quegli anni. Guareschi che si rivela, già da allora (aveva 21 anni), un attentissimo osservatore dei fatti della città, ma soprattutto mette a nudo il rimpianto che gli deriva dal grandissimo amore per Parma: un amore che resiste al tempo, alle crisi e alle stagioni. L’unico dubbio che rimane a Giovannino è che l’amore per Parma e per il Regio resista agli uomini. D’altronde era proprio Giovanbattista Vico a spiegare che i «corsi e ricorsi» non significano che la storia semplicemente si ripeta: significano che l’uomo è sempre uguale a sé stesso, pur nei mutamenti delle situazioni che si trova ad affrontare. Nel 1929 la stagione lirica al Regio, allora intitolata al carnevale si fece: Lohengrin, Guglielmo Tell, Manon, Turandot e Il Trovatore per il centenario del Teatro. Cinque opere nonostante la crisi. Sembra ieri, ma è oggi. Parma e il Regio ce la faranno.

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