Arte-Cultura

Parmigianino, eleganza e mistero

Parmigianino, eleganza e mistero
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 di Pier Paolo Mendogni

Qualche anno fa il catalogo del Parmigianino si è arricchito di un disegno di significativa importanza per bellezza e perché si collega a un suo dipinto non finito, «Il matrimonio mistico di Santa Caterina con una figura maschile», acquistato dal Louvre nel 1992 e studiato da Sylvie Béguin. Ad individuarlo è stato Mario Di Giampaolo in una collezione privata. Il disegno a matita rossa e gessetto bianco rappresenta la Madonna, seduta come su una nuvola, che tiene in braccio il Bambino. La Vergine, di una signorile eleganza, ha il collo lungo e sottile che sostiene un volto dall’ovale perfetto, intriso di una mistica tenerezza; gli occhi socchiusi ne evidenziano la mestizia pensierosa per il tragico destino che attende il figlioletto, trattenuto amorevolmente con la mano sinistra. Il Bimbo, col corpo nudo di una plastica infantile morbidezza, si sporge leggermente in avanti col braccio destro disteso: gesto che rimanda al dipinto del Louvre quando pone l’anello al dito della giovanissima Santa Caterina. I guizzanti colpi col gessetto bianco rendono più dinamico e luminoso il disegno che si colloca nella produzione del periodo bolognese, ossia dopo la fuga da Roma in seguito al Sacco del 1527. Lo stile, infatti, come sottolinea Andrea Muzzi, è accostabile a quello della «Madonna di Santa Margherita» della Pinacoteca Nazionale di Bologna e alla «Sacra Famiglia con San Giovannino» di Capodimonte. «Struggente poi – aggiunge lo studioso – risulta l’idea secondo la quale il panneggio della Madonna si gonfia quasi fosse una nuvola sulla quale siede il Bambino, un tema di matrice correggesca che testimonia la problematica ''fedeltà'' dal Parmigianino al Maestro». Il disegno del Parmigianino costituisce uno dei maggiori motivi d’interesse della mostra «Percorsi del collezionismo. Le tappe di una raccolta: da Mantegna a Natalia Goncharova» in corso a Milano (fino al prossimo 7 gennaio) al Museo di Sant’Eustorgio, a cura di Elisabetta Fadda e Andrea Muzzi. Una rassegna di dimensioni contenute ma che si qualifica per una serie di disegni, molti dei quali inediti e che i due curatori hanno sottoposto a un severo vaglio critico così da precisarne con competenza anche le proposte attributive. L’arco temporale è molto ampio in quanto parte dal Cinquecento classico e prosegue col manierismo emiliano e fiammingo, il Seicento emiliano e toscano, il Settecento bolognese con una digressione veneziana, la pittura di genere fino a una sorprendente e rara Goncharova. Il filo conduttore non ha carattere scientifico ma è l’occhio appassionato del collezionista che ha saputo individuare e scegliere opere con caratteristiche particolari. Legato al linguaggio parmigianinesco è il disegno a penna acquerellato della «Madonna col Bambino in una nicchia» (che ha sul retro uno «Studio di Gesù Bambino») di Girolamo Mirola (1530-1570), bolognese, collaboratore di Pellegrino Tibaldi e per molti anni al servizio del duca di Parma Ottavio Farnese, classificato dal Malvasia tra quei pittori che «per volere acquistare la grazia» «si sono voluti imparmigianinare». Al Mirola si devono la famosa Stanza del bacio e quella di Alcina nel Palazzo del Giardino. Il disegno, secondo Elisabetta Fadda, dovrebbe risalire ai primi anni del soggiorno parmense (iniziato nel 1561) e «la tipologia femminile della Madonna semplifica i profili statuini delle Vergini negli ultimi affreschi del Parmigianino alla chiesa della Steccata». Ai Farnese è legato anche il fiammingo Joos Van Wingle (1542 – 1603), nominato pittore ufficiale del nuovo governatore delle Fiandre Alessandro Farnese. A lui è stato ricondotto da Elisabetta Fadda un «Giudizio di Paride» di manieristica eleganza con le figure dei protagonisti, nude e allungate in atteggiamento di aggraziata compostezza, che i colpi di biacca rendono più astrattamente raffinate. Il lavoro risente dell’influenza del parmigiano Bertoia col quale il fiammingo pare abbia collaborato a Roma per poi seguirlo a Parma dove avrebbe affrescato l’Ultima cena nell’ex convento dei Servi di Maria, oggi Istituto Don Gnocchi, già attribuita al Tinti. Ad aprire il percorso espositivo è un’opera molto rara: la «Deposizione nel sepolcro» a tempera e biacca su lino di Francesco Francia tratta da una celebre incisione di Andrea Mantegna; con una tecnica a grisaille l’artista bolognese ha accentuato l’atmosfera drammatica di una scena animata da una gestualità espressionistica. Tra gli altri disegni si segnalano un «Adamo ed Eva» di Jan Van Scorel; un calligrafico «Trionfo di Bacco» di Gerolamo da Carpi; tre incisive «Figure di schiena» di Salvator Rosa; una luminosa «Testa di guerriero antico» di Giambattista Tiepolo di alta qualità espressiva. Scena bibliche, mitologiche, paesaggi di autori vari completano la rassegna che si chiude con due lavori piacevolmente sorprendenti: un olio e acquerello di Richard Bonington, rappresentante un «Interno veneziano» in una romantica atmosfera delicatamente chiaroscurata e la rara «Madonna con Bambino», inedita, della Goncharova, che si riallaccia alle tradizionali icone, eseguita prima che l’artista diventasse l’esponente di punta dell’avanguardia russa. 
 

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