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Il racconto della domenica - I frati del convento di Monterosso

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 Gustavo Marchesi 

Sulla destra della riva di Monterosso, in fondo, verso punta Mesco, un cartello segnalava la caduta di massi da un costone. «Caduta massima» avvertiva dal canto suo Ruggero, il mio piccolo, la mattina in spiaggia con papà e mamma su quel tratto roccioso, distante dalla folla dei bagnanti abituali. Un gruppetto appartato di frati cappuccini del convento locale erano la nostra compagnia. Neri di sole e barbuti, dall’aspetto di anacoreti, la maggior parte neofiti del mare, scendevano per motivi di salute dai conventi del nord. Trovavo anche padre Pancrazio (Ferretti), noto bibliotecario dell’Annunziata di Parma, che lamentava la mancanza di foraggio per i suoi libri divoratori. Tutti sapevano cavarsela in onda anche perché guidati da alcuni padri giovani e solerti, di origine ligure, che avevano il sangue salato e gli occhi blu di quel cielo che viene su fino all’Appennino. Ruggero, con l’aurea zazzerina e la rosea nudità timidamente abbronzata, tra quei maghi più scuri alzando la sua vocetta un po’ casual, guidava in piedi il coretto dei vocioni. Impegnava già, senza rendersi conto, la sua natura di musico che sarebbe venuta di lì a qualche anno, trattando con gli arnesi del suono non soltanto per gioco. Naturalmente imparò a sgambare, a sbracciarsi in acqua seguendo l’istruzione dei frati. E per merito loro familiarizzai anch’io con l’arte natatoria. Fino allora accompagnavo mia moglie al lido Po, dove intimidito dal passaggio della corrente rimanevo a malapena in qualche pozza. Il mare, quando capito, dava tutt’altra fiducia.
Coi fratelli francescani entrammo in confidenza. Quasi ogni pomeriggio salivamo all’altura del monastero a conversare con il Guardiano, padre Marco. Tutto preso dalle cure del giardinetto interno, e dell’orto che nel retro si sporgeva luminoso sul mare, Marco non veniva in spiaggia e non sembrava troppo disposto a ricevere visite. Asciutto e piuttosto taciturno, sembrava un angelo ligneo tinto di oro vecchio, gli occhi larghi e devoti, l’espressione corrucciata e insieme mansueta, di quelli che non mancano sugli altari liguri. Francamente il saio polveroso, terroso non lo faceva presentabile, tantomeno i modi riservati. Ma conosciuta la sua vera natura, non potevi che ringraziare il cielo di avertela trovata.
Col mio piccolo manifestava una tenerezza meno aperta di altri confratelli in spiaggia, come il saggio Ignazio e l’espansivo Feliciano («il maggior galleggiante»), che lasciavano trasparire verso l’infanzia sentimenti quasi di devozione. Padre Marco non era troppo sensibile a un qualche simbolico paragone col divino bambino. Per lui contava il Cristo adulto, immolato nel dipinto che raffigurava un tenero-luministico crocefisso.
Marco era convinto che, una volta restaurata, la tela si potesse attribuire a van Dyck, il maestro olandese attivo a Genova nei primi trent’anni del Seicento. Io stesso incoraggiai la ricerca con un intervento sulla stampa che contribuì a richiamare la critica. Quando tornai a incontrarlo, Marco non indossava più il sordido saio. Nominato cavaliere del lavoro per la valorizzazione di beni artistici, aveva ottenuto che la tela, di importanza indubbia, anche se forse non era un van Dyck, fosse restaurata. 
La soddisfazione aveva cambiato il frate in un commentatore della sua scoperta. All’infuori degli obblighi liturgici, non parlava d’altro, instancabilmente. I confratelli dapprima si rallegrarono della singolare opportunità, poi cominciarono a temere il suo fiume di parole e si dileguavano alla chetichella dalle conversazoni. Marco da parte sua temeva che anche noi lo lasciassimo e ci colmava di patetiche offerte, pomodori dell’orto e uova fresche procurate dal servo portinaio-cuciniere, “sagoma” simpaticissima. Sempre per suo tramite ci fece un pregevole omaggio: un raro Sciacchetrà.
Sperava di convincere la Soprintendenza a restaurare altri dipinti della chiesa. Ma fu trasferito. Lo rividi tristissimo, come se avesse ricevuto una condanna, naturalmente immeritata.
 

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