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Roversi, il poeta di Officina

Roversi, il poeta di Officina
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Giulia Seno

Coscienza critica, libraio, fondatore delle riviste «Officina» e «Rendiconti» delle quali è stato anche editore, ma soprattutto poeta che  scelse già negli anni Sessanta di non pubblicare più con i «grandi»,  Roberto Roversi, bolognese, malato da tempo, è morto a 89 anni. 
Lucido  fino all’ultimo, se ne è andato nella sua casa nel centro di Bologna,  lasciando disposizioni precise, un segnale, anche in quest’ultima occasione, della sua libertà: ha infatti voluto che  l’annuncio della sua morte fosse dato solo il giorno successivo alla scomparsa.
 Una scelta che appare quasi «logica» per chi si era tenuto lontano tutta la vita da ogni celebrazione e pompa magna. 
E' stato infatti, il suo, un silente - perenne - elogio dell'assenza, della sottrazione, della discrezione che però non significava isolarsi nella torre d'avorio. Molti scrittori di oggi hanno debiti con Roversi: con la sua disponibilità a leggere i loro primi scritti, con i suoi preziosi e pacati consigli. Era ovvio, quindi, che anche il suo passo d'addio sarebbe stato nel segno della discrezione. Senza organizzare esequie ufficiali, cerimonie o commemorazioni. Sarà sepolto a Bologna, nella cappella di famiglia. Dopo la cremazione, un’altra scelta che conferma «il suo comportamento di sempre», precisa la famiglia, che ha acconsentito solo a un piccolo atto in memoria voluto  dal Consiglio comunale: un minuto di silenzio in aula domani. Amico e sodale  di una generazione di grandi intellettuali italiani, l'eclettico autore di poemi, di prosa civile, teatro, di dischi pop con Lucio Dalla, aveva  ceduto nel 2007 la sua tana, la libreria antiquaria Palmaverde, luogo di ritrovo per tanti poeti e studenti. Successivamente si era privato anche di gran parte della sua biblioteca personale: donata alla libreria Coop Ambasciatori, che l'aveva  messa all'asta versando il ricavato ai senzatetto. Un'idea che aveva voluto Roversi. Già, lui che preferì, abbandonando gli editori, distribuirsi da solo fogli fotocopiati o collaborare con piccole realtà autogestite. Allora non c'era internet. Nel 1955 fondò la rivista «Officina» con Francesco Leonetti e Pier Paolo Pasolini, nel 1961 anche «Rendiconti», di cui recentemente si pensava a una riedizione. Ha scritto moltissimo: romanzi, versi, testi teatrali e «fogli sparsi», amava dire. Fra le sue opere  i poemetti riuniti in «Dopo Campoformio» (1962) e le raccolte, distribuite in edizione ciclostilata, «Le descrizioni in atto» (1970) e «Materiale ferroso» (1977). Ha scritto anche romanzi («Registrazione di eventi», 1964; «I diecimila cavalli» 1976) Si ricordano, inoltre, le raccolte poetiche «Trenta poesie di Ulisse dentro al cavallo di legno» (1985) e «L'Italia sepolta sotto la neve» (1995), di cui nel 2010 Roversi  ha dato alle stampe la versione integrale, seguita l'anno successivo dalla parte finale del poema, intitolata «Trenta miserie d'Italia».  Era stato anche direttore del giornale «Lotta Continua». Recentemente scrisse il manifesto di «Ad Alta Voce», rassegna che richiama ogni anno a leggere in piazza decine di «big» della cultura (in ottobre la dodicesima edizione). Nel 2007, come detto, aveva abbassato la saracinesca la storica  libreria antiquaria Palmaverde di Bologna che Roversi ha gestito quasi sessant'anni, dal 1948, con la moglie Elena. Nel 2007 gli morì di cancro l'unico figlio, Antonio, sociologo e docente. Nel 2010 editò in 50 esemplari fuori commercio la versione integrale del poema «L'Italia sepolta sotto la neve». 
Lo sguardo acuto di Roversi e il suo essere fuori dalle ovvietà e dai giochi del piccolo potere culturale, hanno lasciato il segno: il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha espresso la sua commossa partecipazione al lutto. E, a modo suo, lo ha fatto  anche Jovanotti, twittando: «Se n'è andato il grande Roberto Roversi un innumerevole poeta. Scrisse anche ''Chiedi chi erano i Beatles''». Già, non tutti lo sanno. La canzone degli Stadio è tra le tante che sono nate con i testi di Roversi, scritti prima per Lucio Dalla (anche la celeberrima «Nuvolari»): Jovanotti ne ha parafrasato  il titolo facendo nascere una nuova «tag» (#chiedichieraroversi). 
«Conservo altri testi di Roberto – ha fatto sapere il leader degli Stadio, Gaetano Curreri – a cui stavamo lavorando per il futuro.   «La morte di Roberto Roversi è una perdita dura per la cultura italiana. Uomo insieme impegnato e appartato ci lascia un’opera complessa capace di passare dalle avanguardie alla forma popolare della canzone»: così Walter Veltroni ha commentato la morte del poeta. 
«Il Roversi degli anni di Officina e della collaborazione con Pasolini e Leonetti è importante come quello che scriveva ''Anidride solforosa'' insieme al suo amico Lucio Dalla. Mi piace ricordare anche – ha aggiunto Veltroni – il lavoro di Roversi che con passione dalla sua libreria bolognese stimolava la cultura. Roversi – ha concluso – era un intellettuale e un artigiano una figura rara e perciò davvero importante nella cultura italiana». 
 

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