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La patria del Vate? L'Europa

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 di Sergio Caroli

D agli anni '60 del secolo scorso la fama di D’Annunzio è in ascesa e non solo nella repubblica delle lettere. Il Vittoriale è meta affollatissima di turisti; il cinema si è cimentato con l’esistenza dell’«immaginifico», la storiografia ha riconsiderato i suoi rapporti con Mussolini da sempre visti in termini di rivalità personale e non anche di divergenze politiche: per esempio su Hitler. Che D’Annunzio anticipi la modernità lo documenta attraverso un’analisi dotta e puntuale Simona Costa nel saggio «D’Annunzio» (Salerno editrice, pp. 373, euro 19,00) L’autrice, docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università degli Studi di Roma Tre, mette a fuoco la poliedrica attività del Vate nel quadro della prospettiva europea. D’Annunzio è infatti è il nostro poeta più europeizzante. Considerava il romanzo la forma d’arte vincente nel futuro, e vedeva lontano. A Parigi prima del '14 godette dell’ammirazione di un grande come Anatole France. Alla sua morte Musil parla nel suo diario del «Piacere»  come uno dei libri che gli avesse fatto conoscere l’arte moderna.
Professoressa Costa, D’Annunzio, cantore dell’alta società umbertina, ambiva a sprovincializzare i lettori. In che modo?
Guardando da subito all’Europa, tanto che la sua opera è stata definita da un critico come Mario Praz una «monumentale enciclopedia del decadentismo europeo». Già negli anni dell’apprendistato giornalistico, dal 1884 al 1888, l’abruzzese ma toscanizzato D’Annunzio, alla conquista di Roma, dalle colonne della «Tribuna» guida i suoi lettori non solo verso le novità librarie internazionali, ma anche attraverso le ritualità mondane e la volubile vicenda della moda, proponendo un parallelismo Roma-Parigi che nobiliti la troppo recente capitale, imborghesita da un ceto impiegatizio e ministeriale.
L’intensa attività di D’Annunzio nel ventennio 1890-1910 come narratore ed esegeta della propria opera e predicatore dei suoi miti è accompagnata da una copiosissima produzione di versi. E’ da cogliere in essi l’accento più alto e disinteressato della sua arte?
Il momento di più straordinaria felicità creativa è certo agli inizi del Novecento, quando si ha un’inarginabile esplosione lirica che condurrà, nel fatidico 1903, anno dei quarant'anni dannunziani, alla pubblicazione dei primi tre libri delle «Laudi», i culmini della sua arte: «Maia», «Elettra» ed «Alcyone», famoso diario lirico, quest’ultimo, di un’estate marina. In quegli stessi anni esplode il teatro di poesia, toccando i vertici della drammaturgia dannunziana: del 1901 è la «Francesca da Rimini» che rilegge in chiave onirica la vicenda dantesca di Paolo e Francesca; del 1903 è, sempre in versi, «La figlia di Iorio», il suo capolavoro teatrale, tragica storia d’amore in un Abruzzo arcaico e mitico.
Lei colloca «Il Trionfo della morte», «Le vergini delle rocce», «Il fuoco», «Forse che sì forse che no»  sotto il titolo «I superuomini imperfetti dal romanzo della crisi alla crisi del romanzo». Perchè? 
Il titolo allude da una parte alla sconfitta del superuomo dannunziano che, come il Claudio Cantelmo delle «Vergini», non riesce a portare a termine la sua missione (creare il nuovo Re di Roma), o, come altri protagonisti, si arena nelle spire di una minacciosa sessualità che ostacola l’azione eroica. Dall’altra, si vuol così indicare l’inquieto sperimentalismo che disintegra la forma-romanzo aprendola verso altri generi, come la lirica e la drammaturgia e infine, nel «Forse che sì», affida l’unità narrativa solo a una continua linea musicale.
Non crede che in questi romanzi la preoccupazione teorica del «maestro di vita» soverchi un po' troppo il fine della poesia e che questa rimanga un po' l’ancella di un’ambizione erotico-intellettuale dell’autore?
Nei romanzi D’Annunzio ha riversato anche le sue posizioni teoriche: così «Le vergini delle rocce» diventano il manifesto di un superomismo maturato su una parziale e personale lettura di Nietzsche o «Il fuoco» accoglie un dibattito estetico in atto tra lui e l’amico e critico d’arte Angelo Conti. Questo ha distolto da altre possibili letture dei suoi romanzi, la cui prevalente chiave simbolica era stata tuttavia già colta dai lettori più attenti come Henry James ed è oggi fortemente rivalutata dalla critica.
La fama di D’Annunzio si è dilatata per ragioni di carattere politico, perché oltre che poeta e romanziere fu innanzi tutto un demagogo aristocratico della folla, e poiché il fascismo ebbe il suo messia o il suo Battista?
D’Annunzio politico, con la sua oratoria e le sue spettacolari azioni belliche fino all’impresa di Fiume, ha suggestionato l’immaginario collettivo, tanto da penalizzare, sotto il peso di remore ideologiche, il poeta e il prosatore. Tuttavia anche i rapporti con Mussolini e il fascismo, a lungo visti in filiazione diretta, sono stati riletti in modo più complesso: se l’avventura fiumana è stata addirittura vista da alcuni in analogia movimentista con la contestazione del Sessantotto, molte sono le divergenze anche ideologiche affiorate tra l’emarginato vate del Vittoriale e il soverchiante fascismo.
Quali, in sede poetica, gli esiti della sua ricerca linguistica e stilistica?
Notevolissimi e di grande influenza per l’intero nostro Novecento. Basti dire che Montale, certo ideologicamente non di area dannunziana, affermava che, se Baudelaire per fondare la nuova poesia aveva attraversato Victor Hugo, per noi era ineliminabile «attraversare d’Annunzio» con il suo sperimentalismo linguistico e prosodico e che «non aver appreso nulla da lui sarebbe un pessimo segno». 
D'Annunzio - Salerno, pag. 373,19,00
 

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