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Mercato, serve quello vero

Mercato, serve quello vero
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Christian Stocchi

Il capitalismo non gode di ottima salute. A oltre vent’anni dal trionfo coinciso con la caduta del Muro di Berlino, la grande crisi ha messo in mostra diversi limiti di un sistema che dovrebbe fare rima con mercato e concorrenza, nell’interesse di tutti, ma spesso tende a una rima diversa e meno felice con termini come lobby e affari. A vantaggio, naturalmente, di pochi. Occorre ripartire da capo, dunque: dal senso autentico del capitalismo. E l’economista Luigi Zingales, docente di Impresa e finanza alla Booth School of Business dell’Università di Chicago, espone la sua «ricetta», nel saggio «Manifesto capitalista» (Rizzoli), in cui propone, come spiega già il sottotitolo, i presupposti di «una rivoluzione liberale contro un’economia corrotta». L’analisi si articola in due parti: il problema e le sue possibili soluzioni. Zingales parte dall’analisi dell’«eccezionalismo americano», fondato innanzitutto sul forte sostegno al capitalismo, sull’idea che l’impegno e il lavoro siano i presupposti del successo. Esaminando la storia degli Stati Uniti, l’autore ricorda che, a differenza di quanto avvenuto in molti altri Paesi occidentali, qui la democrazia ha preceduto l’industrializzazione. E l’opinione pubblica ha da subito mal tollerato le ingiustizie nell’ambito della politica economica. Le peculiarità del capitalismo americano si devono anche a particolari ragioni culturali, geografiche e istituzionali. Di qui la radicata cultura della libertà economica e della concorrenza. Nel tempo, però, il capitalismo meritocratico delle origini si è indebolito, degenerando e trasformandosi in un sistema che non sembra più assicurare i vantaggi di un tempo. Così, anche negli Usa, il consenso nel libero mercato, da sempre molto alto, pare attualmente in netta diminuzione. Uno dei mali di oggi si chiama soprattutto capitalismo clientelare, che significa meno trasparenza, meno concorrenza, meno meritocrazia. E, dunque, meno vantaggi per la collettività. In questa fase storica, un’attenzione specifica meritano inoltre i danni prodotti anche dalla cosiddetta «finanza clientelare», perché l’accesso al credito è la chiave per l’ingresso nel sistema economico di nuovi imprenditori. E il beneficio, alla fine, dovrebbe essere di tutti. Ma oggi, come ci insegna la crisi internazionale, la finanza sembra l’origine della maggior parte dei nostri mali: invece di aumentare le opportunità, ha accresciuto le disuguaglianze. Anche gli Stati Uniti, il Paese delle opportunità, stanno dunque cambiando pericolosamente mentalità. Trionfa così il lobbismo: la pressante ricerca di aiuti e di sussidi pubblici si sta sempre più facendo strada. Meno merito, insomma, e più aiuti. E l’autore non dimentica nemmeno le responsabilità degli intellettuali. Che fare, dunque? Occorre innanzitutto scommettere sull’«uguaglianza delle opportunità», a partire dall’istruzione (qui Zingales rilancia e aggiorna l’idea del buono-scuola di Milton Friedman). Occorre soprattutto puntare su una concorrenza vera, che naturalmente ha necessità di buone regole. In breve: dire sì al mercato e no all’affarismo. Questo significa, tra l’altro, che è necessaria una limitazione decisa del lobbismo. L’autore - in un capitolo dal titolo programmatico: «Semplice è bello» - ricorda come leggi e regole complesse aiutino il sistema delle lobby: bisogna dunque procedere nella direzione opposta. Anche perché la responsabilità emerge più chiaramente quando le regole sono poche e comprensibili. Nella sua «ricetta» per un nuovo capitalismo, Zingales, oltre a soffermarsi sulla questione delle tasse e sulla necessità della massima diffusione dei dati economici, insiste soprattutto sull’esigenza di rilanciare una cultura del merito, che premi i talenti e le competenze, a discapito dei privilegi e della contiguità con la sfera politica. Si deve recuperare il fondamento etico del capitalismo, che, pur con i suoi difetti, resta il migliore dei sistemi possibili. Inoltre, mai come oggi si deve rilanciare un forte richiamo al senso di responsabilità. E il discorso vale sia per lo Stato, sia per le imprese, che devono rendere conto delle loro azioni. Nella postfazione, la riflessione si concentra sul Bel Paese. Tra l’Italia e gli Stati Uniti c’è di mezzo un oceano. Non solo di acqua. Ma anche di mentalità, anche se, come si è notato, gli Usa si stanno avvicinando al modello di capitalismo clientelare tipico di casa nostra. In Italia vale il principio di fedeltà per fare carriera. E il merito resta spesso un illustre sconosciuto. Ma soprattutto – è la denuncia di Zingales – siamo afflitti da un male antico che produce danni gravissimi: «manca la cultura della legalità». E la scarsa propensione al rispetto delle regole è una questione che riguarda sì la giustizia sociale, ma anche l’economia. Perché nella giungla prevale sempre il più forte. Alla fine, insomma, vige la «peggiocrazia». Ma oggi viviamo un paradosso: la crisi finanziaria può essere la condizione per il cambiamento. Un guaio, insomma, può diventare un’opportunità. Momenti come questo, infatti, tolgono gli alibi e inducono generalmente a una maggiore efficienza e meritocrazia. La soluzione? Zingales propone «una terapia d’urto»: dall’università alla politica (l’autore propone il sistema uninominale, che costringerebbe i partiti a scegliere il candidato migliore) molto può cambiare. Crediamoci, dunque. Anche perché, costretti ormai a danzare sull’orlo del baratro, non abbiamo davvero alternative.
Manifesto capitalista - Rizzoli, pag. 410, 18,00

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