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Europa, le idee da cui è nata

Europa, le idee da cui è nata
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Sergio Caroli

E'una vigorosa sintesi della storia dell’idea d’Europa il saggio «Das Erbe der Antike», «L'eredità del mondo antico» di Hartmut Leppin, professore di Storia antica nella Johann Wolfgang Goethe-Universität di Francoforte (Il Mulino, pag. 256, euro 25). Dal fondamento che solo nel Medio Evo prende corpo l’identità politica e culturale di Europa, lo studioso tedesco ne individua la genesi e ne percorre gli sviluppi analizzando le componenti che costituiscono il retaggio più alto del mondo antico: l’idea greca di libertà politica, anticipatrice della libertà individuale; la possente costruzione dell’impero romano, vettore di progresso e di pace; la religione cristiana, impulso alla crescita della dignità umana.

Professor Leppin, quale è il significato che i greci attribuivano al termine «libertà»?
Il termine «libertà» si sviluppò in forme che possiamo definire di grande fascino nel corso della storia greca. Mentre all’inizio era un concetto individuale opposto alla schiavitù, nuove dimensioni acquistò alla luce delle guerre persiane. Da allora si riferì in special modo alla vittoria delle città greche sull'Oriente che garantiva la libertà alle comunità dell’Ellade. Successivamente divenne un concetto di politica interna, perché greci come Erodoto motivarono la loro vittoria con la superpotenza da essi acquisita grazie alla libertà interna, che, nella democrazia ateniese, consisteva nel diritto di partecipare alla politica attiva.

Lei scrive che i Greci ci hanno lasciato un’altra eredità vitale: l’atteggiamento autocritico.
Con tale formula cerco di definire la disposizione dei greci a osservare e analizzare se stessi facendosi guidare dalla razionalità. La quale è ben visibile nella storiografia, che non si limita ad elencare eventi, ma giudica quanto gli uomini realizzano attraverso l’azione. Essa si manifesta anche nella tragedia e nella commedia. Il teatro trasferiva i problemi attuali nel mondo del mito e nel mondo burlesco. Questo atteggiamento non fu certo il prodotto di una mente singola, ma sorse dai dibattiti nell’assemblea popolare e nelle corti di giustizia ateniesi, dove ognuno era chiamato a giustificare le proprie azioni.

Con quali conseguenze sullo sviluppo della civiltà in Occidente?
A mio parere, l’atteggiamento autocritico ha generato un’attitudine a porre rimedio alle insufficienze anche sul piano personale. La responsabilità delle esperienze umane non veniva attribuita solo agli dei, ma anche agli uomini che erano in tal modo stimolati a migliorare se stessi e la loro condizione. Non esisteva nell’antichità l’idea di progresso, ma la consapevolezza che gli uomini fossero in grado di influire sul corso della loro vita. Tale atteggiamento, anche se non fu sempre presente nel pensiero occidentale, fu però una potenza che, tramandata dai testi antichi e messa in atto in determinate epoche storiche, è risultata decisiva nella dinamica dell’Occidente.

Su questi temi lei rileva le affinità che sussistono tra la cultura greca e quella ebraica.
Entrambe le culture erano ai margini dell’Impero Persiano ed erano deboli paragonate ad esso. Gli ebrei sperimentarono una condizione traumatizzante, ossia, una sconfitta pressoché totale. La reazione che ci si avrebbe aspettati sarebbe stata il distacco dal loro Dio, giacché a quell'epoca gli dei erano ritenuti responsabili della sorte dei popoli che li onoravano. Gli ebrei credevano invece che il loro Dio li avesse puniti per una colpa grave; in tal modo svilupparono un atteggiamento che possiamo definire autocritico; ma, contrariamente agli Ateniesi, esso sorgeva non già su una base politica, bensì su una base religiosa.

Concorda con la tesi che la grandezza dei romani fu dovuta soprattutto al fatto che furono un popolo di agricoltori e costruttori e perché alla sottomissione dei popoli sostituirono la colonizzazione, associando i vinti alle fortune dei vincitori?
Non sarei così sicuro per quanto riguarda l’agricoltura, giacché quasi tutti i popoli erano allora agricoltori. Ciò che differenzia i romani dai popoli conquistatori era il fatto che essi non furono dei distruttori, al contrario, ad esempio, di Alessandro Magno. In ogni caso, lo spirito costruttore s'impose appieno con il principato. I romani concepirono diverse misure integrative; ad esempio, un servizio militare per non-romani ricompensato con la cittadinanza romana. Grazie a servizi politici, le élites locali ebbero modo di ottenere quel diritto. In tal modo i romani riuscirono a integrare i ceti più vitali dei popoli vinti.

Lei sottolinea che la vittoria della religione cristiana è stato sì elemento di crescita umana ma anche veicolo di intolleranza e di fanatismo ideologico nel seno della società e della cultura europee. Concorda con la tesi di Benedetto Croce, secondo il quale, dopo il cristianesimo, «non possiamo non dirci cristiani»?
Concordo completamente con Croce per quanto concerne il mondo occidentale. La fede cristiana ha generato un’idea di religione che distingue tra vera fede e falsa fede. Ha anche propagato l’idea che occorre combattere sino all’estremo per la vera fede. Questa aggressività ideologica è riscontrabile anche oggi in Occidente. Dall’altra parte, il cristianesimo ha insegnato il principio che ogni essere umano, inclusi i deboli, ha il diritto ad essere rispettato. In forma secolarizzata questa idea è stata determinante per la nascita del concetto illuministico dei diritti dell’uomo, che in origine si sono separati da motivazioni cristiane, ma che sarebbero inimmaginabili senza il cristianesimo.

L'eredità del mondo antico
    Il Mulino, pag. 256, € 25,00

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