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Parole lungo le antiche rotte

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Francesco Mannoni

«Sono nato a Cartagena, un porto con tremila anni di storia, e navigo da quando ero bambino. E da vent’anni in solitaria. Da piccolo andavo a vedere le navi, i marinai con i loro tatuaggi, le donne che fumavano sulle banchine e si davano del tu con gli uomini, e le barche dai nomi esotici. E sognavo di partire su una di quelle». 
 Novantasei storie di mare che possono essere lette come racconti o brani di un unico reportage, sono alla base dell’ultimo libro dello scrittore spagnolo Arturo Pérez – Reverte, «Le barche si perdono a terra» (Marco Tropea). 
Ex inviato di guerra per giornali, radio e televisione in buona parte del mondo, autore di numerosi romanzi di successo, Pérez – Reverte ha fatto del mare il protagonista di una vita illuminata dai bagliori dell’avventura, in cui scorrono le fantasie di uno Stevenson o di un Melville tra tempeste oceaniche e onde alte come muraglie che flagellano coste lontane, dove l’urlo di corsari e pirati non si è ancora spento del tutto. 
«Una volta, ormai ragazzo e con l’idea fissa di “diventare un avventuriero” – confessa - stavo navigando su un mercantile pieno di quegli uomini destinati al mare fin dalla culla, che salpavano alla ricerca di anfore e un po’ di tabacco marocchino da contrabbandare. Fu lì che il capitano mi disse una frase che non dimenticherò mai: “Più che in mare, le barche e gli uomini si perdono a terra”. Ed è la verità. Ho visto marinai provetti e uomini che nell’oceano sembravano degli dèi, andare in pensione, restare a terra e iniziare lentamente a decomporsi, a perder pezzi, perché tenuti lontani dall’elemento che per loro era la vita»
Che cosa l’attrae di più del mare? 
Il mare è una porta. Non nel senso di una barriera, ma di un cammino, di un’avventura, di un viaggio. Leggere mi ha spinto verso di lui. Ho remato tante volte verso la balena con il coltello fra i denti, sentendo alle spalle il respiro rotto dei miei compagni mentre puntavamo a prendere Moby Dick. Ho davvero un debito impagabile col mare, nonostante ogni volta pretenda da me qualcosa. Il mare ti dà una grande lezione di vita: tutto ha un suo momento e una sua fine. E che per quanto gli uomini siano stati coraggiosi, geniali, arriverà sempre il momento di sbattere sulle rocce o, alla fine, di accostarsi a una spiaggia. 
La letteratura abbonda di eroi del mare a partire da Ulisse. E’ lui il più grande navigatore di tutti i tempi? 
Navigo insieme a Ulisse fin dai tempi delle medie, quando lo tradussi su un banco di scuola. Gli eroi dell’Iliade erano ragazzi, come me allora, mentre l’uomo al centro dell’Odissea aveva qualcosa di nuovo. Possedeva ciò che più tardi avrei riconosciuto essere la lucidità dell’eroe stanco. Eroe volontario a Troia, diventa protagonista involontario nel ritorno a casa. Con lui scoprii in modo cosciente tutto ciò che nutre la letteratura avventurosa e la vita stessa; conoscevo lui e intanto scoprivo me stesso. Il suo eroismo, modernissimo, nasceva nel momento in cui, messo alla prova dal fato, chiamava in soccorso gli dèi e quelli, per la prima volta, non arrivavano. Così non restò che agire da solo. È quando l’uomo si trova con le spalle al muro che nasce l’eroe. E scopriamo stupefatti che il Corsaro Nero sta piangendo, sentiamo che è troppo il peso della grotta di Locmaria di Dumas, vediamo ardere il Bounty davanti all’isola di Pitcairn o comprendiamo, finalmente, la cupa solitudine del capitano Nemo.
Quanto è pericoloso il mare?
Quanto più conosco il mare, quanto più lo temo. Il mare è crudele, come la vita: non possiede sentimenti, non ha pietà. Nei quarant’anni che ho trascorso navigando ho vissuto situazioni di pericolo, ma questo è normale. Quando si fanno viaggi lunghi, senza toccare un porto per settimane, e per di più solo con le vele, in balia delle condizioni meteorologiche, il mare arriva a terrorizzarti e sfinirti e a farti dire: “Diavolo! Cosa ci faccio qui?”. 
Mare come naufragio: quali oscuri avvenimenti hanno decretato la fine di colossi come il Titanic o il Costa Concordia?
 Il peggior nemico dell’uomo non è la cattiveria del prossimo, ma la sua stupidità. Da un malvagio intelligente puoi apprendere e dalle sue angherie diventare più lucido, ma da uno stupido non c’è niente da imparare. Cent’anni fa il Titanic e di recente la Costa Concordia, continuano ad essere quello che sono sempre state: uno spettacolo superbo destinato a un finale penoso. Il loro equipaggio era formato da maggiordomi, camerieri e cuochi, più che da esperti marinai. Erano delle residenze galleggianti con un capitano ridotto al ruolo di gestore di uno stabilimento balneare. Non c’è stato eroismo né grandezza nella storia di quelle due navi sfortunate. 
 
Le barche si perdono a terraMarco Tropea, pag. 352,  15,00
 

 

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