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Arte-Cultura

Turiddu, l'uomo del ghiaccio

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Pino Volpe

La mattina era iniziata presto per Turi il carrettiere che tutti chiamavano Turiddu del ghiaccio. E sì perché il cognome suo non lo conosceva nessuno, forse neanche lui se lo ricordava più, bestia com’era appresso sempre a quel suo mestiere che gli toglieva tutto il tempo, anche quello per pensare. A mezzanotte spaccata si era recato presso un boschetto di sua proprietà, in contrada Madonna della Vena, ed aveva dissotterrato la neve ghiacciata conservata d’inverno in una profonda buca scavata nel terreno, sotto un robusto graticcio di «sarmenti» di vite intrecciati e ricoperto da uno spesso strato di terra che le impediva di sciogliersi d’estate. 
Riempì più volte un canestro di mezza canna col ghiaccio spalato che poi svuotava sul cassone del carretto, posteggiato lì presso, che era la sua gioia  ed il suo vanto, tanto era stato il tempo che ci aveva perso per dipingere le sponde con le figure di Orlando, Rinaldo e tanti altri personaggi leggendari a lui cari che battagliavano con li turchi o si contendevano la bella Angelica.
Caricato quanto gli necessitava, ricoprì la buca come prima e pose sopra il ghiaccio accumulato sul carretto degli spessi sacchi di iuta,  che servivano a coprire e nel contempo a fare arieggiare e tenere bene al fresco quel ben di Dio tanto caro alle genti di Catania.
Eh sì, perché quel ghiaccio serviva proprio ai suoi cari clienti per rinfrescare vino, frutti, cocomeri e quant’altro e fare anche granite al limone ed ai frutti  in  un’estate  dove il caldo torrido la faceva da padrone. Messosi a cassetta, arringò lo scecco pensando a quale mestiere migliore di quello per lui che si se n’intendeva di caldo; lui ch’era tornato dalla guerra d’Etiopia nero come in tizzone, che s’era scappottato per un pelo la tragedia dell’Amba Alagi, ma che aveva subito, con i suoi commilitoni, il lungo assedio della fortezza di Macallè, quando quella canaglia di Re Menelik li aveva tormentati per settimane, giorno e notte, notte e giorno, riuscendo quasi a fargli la pelle e poi per cosa, per una terra arida ed ingrata che manco lo voleva. 
Non come la sua bella terra di Sicilia, verde e generosa  con i suoi  figli   e con quelli che la sapevano amare. Giunto  a  più  di  metà  viaggio,  con  l’aurora  che segnava di viola la   notte   mentre fantasticava di tutto questo,  con la testa che gli pendeva ora da  un lato ora dall’altro,  facendosi  guidare  dallo  scecco  che  conosceva bene il percorso, in prossimità di quel di Monterosso non gli si va a ficcare, con una grande botta, una ruota in una buca che, avrebbe giurato e spergiurato, due giorni prima lì non c’era in mezzo a quella strada ch’era una vera trazzera malspianata  e molte volte allagata d’inverno nei punti dove s’avvallava.  
 
Dopo essersi ripreso, che quasi cappottava dal carretto, acquietato il povero animale impaurito ed essersi fatto una bella tirata di vino, tanto per rifarsi un po’ dalla scanto, scese dal carretto inclinato e guardando di lato si accorse che si era rotta una iammuzza della ruota e storto, in quel punto, il pesante cerchione di ferro che la circondava. Era praticamente piantato lì, proprio mentre  il sole si  affacciava all’orizzonte che divideva, come il filo della lama di un coltello, un cielo senza nuvole da un mare senza l’ombra di un’onda.
Si preparava una giornata limpida e molto calda, figlia perfetta di un Agosto rovente come non si ricordava a memoria d’uomo. Si guardò intorno, ma quel mattino da lì non passava manco un cane. Fattosi coraggio, abituato da sempre a fare da solo, cominciò a spingere il pesante carro da dietro, gridando allo scecco di muoversi e tirare con degli: «arrì, arrì», che non sortirono alcun effetto. Provò e riprovò spingendo di lato, cercando di alzare il cassone con le spalle, di fare avanzare la ruota facendo leva sulle iammuzze ancora intere, ma, per quanto si sforzasse, il carro lì era e lì rimase fermo, chiantato come un mulo in quella buca della malasorte che quel giorno l’aveva aspettato là paziente, silenziosa, malevola, quasi umana.
 
Preso dallo scoramento buttò a terra la coppola, sollevando una nuvola di polvere, si spostò d’avanti allo scecco e con le forze rimastegli tirò le briglie al povero animale che a sua volta si mise a tirare il carro, piantando le zampe posteriori sul terreno polveroso con un impeto che gli fece quasi uscir fuori dalle orbite le palle degli occhi; per poco non riuscì nell’intendo quando, al massimo dello sforzo e con la ruota quasi fuori dalla buca, il peso del carro e del carico di ghiaccio trascinò indietro scecco e padrone che scivolò rovinosamente a terra finendo quasi sotto le zampe della bestia sfinita. Perse il conto del tempo che era passato dal momento dell’incidente, ma il sole, già alto in cielo, picchiava a più non posso ed il ghiaccio, il prezioso ghiaccio, iniziava già a scaldarsi, anche se ben coperto dai pesanti sacchi di iuta.
 
Poco dopo qualche goccia d’acqua cominciò a stizzare attraverso le spesse tavole di legno del carro, ma subito evaporò al contatto col terreno caldo e riarso. Il gocciolio, dalla parte inclinata del carro, divenne presto un rivolo continuo e poi un trasudare da tutte le fessure. Guardando tutto questo, Turi, sconfitto, si assettò su di una pietra miliare sul ciglio della strada e ragionando a voce alta, con lucida follia, sulla sfortuna che si accanisce spesso sui più disgraziati e pezzenti, prese a tirar sassi nella pozza d’acqua che s’allargava sempre di più nella buca sotto la ruota del carro.
Poco tempo ci volle perché di quella semplice ma preziosa fonte di guadagno, sotto i sacchi oramai ammosciati, non rimanesse neanche quel poco bastevole a dar sollievo alla sua fronte scottata dal sole. 

 

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