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Parma "riscopre" Du Tillot

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Stefania Provinciali

Un politico abile e onesto? Se a noi cittadini del XXI secolo l’accostamento di questi aggettivi al ruolo di amministratore può risultare poco plausibile, agli occhi di mezza Europa Guglielmo Du Tillot riuscì a renderlo davvero credibile, almeno fino a quando cadde in disgrazia, sfiduciato dai giovani duchi che non tolleravano più il potere e il prestigio di cui godeva. Intendente della Real Casa inizialmente e Primo ministro in seguito, Du Tillot fu per oltre un ventennio l’uomo di fiducia dei primi duchi di casa Borbone, ma dovette ritirarsi, nel 1771, in seguito alle pressioni dei numerosi nemici, variamente danneggiati dalle sue riforme, e della nuova duchessa, Maria Amalia d’Asburgo. Così, per meglio indagare la sua vicenda e la storia ducale nel Settecento, a due anni dalle iniziative culturali sul primo decennio borbonico a Parma, incentrate sulla figura della duchessa Luisa Elisabetta di Borbone, la Fondazione Cariparma e il Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambiente, Territorio e Architettura dell’Università di Parma rilanciano con un convegno internazionale e un’esposizione sul ministro riformatore Guglielmo Du Tillot, e sul suo ruolo nello sviluppo delle arti. col duplice intento di progredire verso la conoscenza di un tema vasto e complesso e di raccontare al grande pubblico l’impatto culturale e artistico di un funzionario di capacità e probità leggendarie. Le iniziative sono poste sotto il patrocinio delle ambasciate di Francia e di Spagna, i due paesi ai quali Parma fu più legata in quel tempo, e vi collabora una vera rete territoriale parmense: enti locali (Provincia di Parma e Comune di Colorno), istituzioni culturali (Biblioteche Palatina e di Busseto, Soprintendenza Psae di Parma e Piacenza, Archivio di Stato), scuole superiori (Ipsia P. Levi e Liceo d’Arte P Toschi), associazioni culturali (Garden Club) e molti collezionisti privati. Ad illustrare la situazione del Ducato all’arrivo di Du Tillot è Carlo Mambriani (Università di Parma) curatore della mostra assieme a Gianfranco Fiaccadori e Alessandro Malinverni (Università di Milano). Nel 1748, quando il nuovo duca Filippo e Du Tillot giunsero a Parma trovarono una situazione desolante: i continui passaggi di eserciti per quindici anni avevano devastato il territorio, impoverito e scoraggiato la popolazione, tanto che molti artisti e artigiani erano emigrati, le manifatture chiuse, l’economia stagnante. Le residenze ducali erano spogliate fin dei chiodi e abbandonate, mentre il giardino ducale di Parma, dove le troppe alemanne avevano abbattuto tutti gli alberi secolari dei Farnese, era un campo coltivato a grano da un privato che lo aveva preso in affitto dalla Camera ducale. Nei primi anni i Borbone non si curarono per niente del ducato, perché speravano di ottenere uno stato più prestigioso, con un titolo regio.
Per questo si limitarono a riallestire le residenze ducali di Parma, Colorno e Sala, dove avrebbero soggiornato nell’attesa del trasferimento. Il solerte Intendente si occupò di tutto: fece giungere dalla Francia non solo arredi e preziose suppellettili, ma anche artigiani e artisti che potessero aggiornare e istruire quelli locali. Nel giro di pochi anni le regge risorsero, al punto di suscitare l’ammirazione dei viaggiatori europei che passavano da Parma durante il grand tour. Come statista di grande potere e carisma, Du Tillot fornì alle arti e agli artisti il pieno appoggio dello stato, purché collaborassero a realizzare con lui il sogno degli illuministi: la riforma della società e dell’umanità. Organizzò per i duchi spettacoli e apparati effimeri festivi e luttuosi, ristrutturò i palazzi e i giardini di corte, fondò l’Accademia e manifatture statali sul modello francese, iniziò a riformare il tessuto urbano. Ma anche nel privato, collezionava opere d’arte e frequentava artisti e letterati, tutti riuniti alla piccola «corte» di Annetta Malaspina della Bastia, la bellissima marchesa che si mormorava fosse sua amante. Fu così che, attraverso la riforma artistica e culturale, il piccolo stato emiliano emerse nella considerazione delle élites europee come non era accaduto nemmeno sotto la dinastia farnesiana. Se Parma divenne «Atene d’Italia», Du Tillot si meritò paragoni con Colbert, il grande ministro del re Sole, e fu stimato da sovrani, politici e intellettuali come il grande Voltaire. Il convegno previsto tra 25 e 27 ottobre farà emergere importanti aspetti.
Se, infatti, gli studi sulla figura di Du Tillot sono numerosi (basti pensare a Benassi, Bédarida o Maddalena), come quelli sull’arte del periodo, non si è mai tentato un confronto sistematico con i suoi «colleghi» nei principali stati europei, in particolare con quelli che per motivi politici e dinastici erano più legati a Parma (oltre a Francia e Spagna, Lombardia austriaca, Sardegna, Toscana e Napoli). Per questo sono stati invitati esperti di storia e arte italiani e stranieri. Soltanto attraverso un’ottica comparativa e multidisciplinare è possibile uscire dalla mitografia celebrativa in cui spesso resta intrappolata la storia locale e far emergere analogie e differenze tra le politiche di tutti quei ministri riformatori che, come Du Tillot, furono consapevoli delle potenzialità delle arti e le protessero, incentivarono, talvolta forzarono ai loro fini. Non a caso Parma fu definita in quegli anni l’«Atene d’Italia», per la fioritura delle arti e delle lettere.

 
 
 
 
 
 

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