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Reportage - "Archeologia della pazzia"

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Chicco Corini

Non sono riusciti a levigare gli spigoli dell’anima. Errante. Le asprezze della loro vita si sono sempre più acuminate. Rasoiate. Un mondo senza passato-presente-futuro, che si è accartocciato nel nulla. Alienati. Diagnosi affrettate e  ripetitive: incapaci di intendere e volere,  pericolosi per se stessi e per gli altri. Rinchiusi in manicomio. In quelle celle, tre metri per tre, hanno vagheggiato andando a strofinare le mani callose sugli  angoli accuratamente smussati da chi ha dovuto progettare nei dettagli  la segregazione.    Muri  fatti ad arte per limitare i danni dell’autolesionismo. Pareti dell’oblio che ancora oggi, a distanza di oltre un secolo,  fanno percepire con turbamento tutte le devastanti energie che la malattia mentale, ulteriormente deformata dalla clausura terapeutica,  può provocare.  Li senti e li vedi ancora latrare o zittirsi, piangere o ridere, accovacciarsi o imbestialirsi. Dicono che i migliori infermieri-guardiani erano quelli che scendevano a valle per cercare, anche loro, sopravvivenza. Proprio quelli che lassù, tra il Cusna e l’Alpe di Succiso, facevano d’estate  i pastori. Pazienti a seguire il gregge, ma anche capaci di fronteggiare l’aggressività del lupo. Ammansire.
  

Siamo nel Padiglione Lombroso di quella cittadella delle sofferenze e delle chimere di redenzione che è stato l’ospedale psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia. Oggi è diventato  Museo di Storia della Psichiatria attraverso un restauro accuratissimo, finalizzato a rievocare l’atmosfera di disperazione e  disagio, ma anche  di sperimentazione della «scienza della mente».
«Un luogo di memoria, di studio e innovazione», ha evidenziato il sindaco Graziano Delrio durante l’inaugurazione del Padiglione Lombroso delineando, inoltre,  quello che dovrà diventare l’intero  Campus del San Lazzaro.
La storia   La struttura, semplice e rigorosa, fu concepita nel 1891 come reparto per  malati cronici tranquilli e intitolato al primo direttore dell’ospedale, Antonio Galloni. Poi fu trasformato nel 1911 nella Sezione Lombroso,  appositamente adattata per ospitare «pazzi criminali dismessi» e «detenuti alienati». L’edificio in quegli anni arriverà a contenere  una settantina di reclusi e, a partire dal 1923, accoglierà anche i malati condannati a pene di breve durata. Senza tener conto che le psicosi nascondono un orologio senza tempo.
Proprio per la natura carceraria del padiglione, furono costruiti due muri per dividere il cortile in due spazi, adibendone uno per i  malati «pericolosi». Nel corso dei decenni alcuni internati ricoprirono completamente il muro con graffiti, raffiguranti case, aerei, improbabili spazi aperti nel tentativo  di far volare quello che rimaneva di speranza, nei meandri della massa cerebrale,  oltre  le barriere dell’isolamento.  Un miraggio.  

Solo dal 1972 l'edificio venne gradualmente abbandonato,  mentre il suo muro di cinta fu subito  abbattuto. Il Grecale  basagliano soffiava forte in quegli anni: nel 1968 lo psichiatra  dell'antipsichiatria aveva pubblicato «L’istituzione negata» e nel 1970-1971 era a Colorno a sradicare le inferriate. Giorgio Antonucci seminava libertà  nel Reggiano. Adesso per ridisegnare i confini dell’esclusione sono state riportate alla luce le tracce del muro di recinzione evocandone la memoria attraverso una simbolica «staccionata» in ferro.
Il museo  Il progetto di allestimento museale all’interno del Padiglione Lombroso nasce dall’esigenza di valorizzare lo straordinario patrimonio che fa di Reggio Emilia il luogo privilegiato di raccolta di materiali della storia della psichiatria italiana. Oltre al patrimonio bibliografico della Biblioteca Scientifica Carlo Livi (fra i più ricchi d’Italia) sono conservati presso l’Istituto San Lazzaro esempi importanti, talvolta unici, di strumenti di contenzione e terapia, una significativa campionatura di strumenti scientifici, oltre 1700 foto che ricostruiscono, a partire dal 1880, la vita e la storia dell’Istituto, decine e decine di migliaia di cartelle cliniche in corso di studio e pubblicazione, un’interessante collezione di video sulla malattia mentale, più di 8 mila opere figurative realizzate dai ricoverati nel corso di oltre cento anni.
 Nelle celle del Padiglione Lombroso è raccontata, ordinata per temi, l’inquietante quotidianità al San Lazzaro. Numerosi anche  gli «attrezzi» per la terapia e per   ridurre i  movimenti dei «fuori di testa», molti dei quali di notevole impatto: camicia di forza,  letto di contenzione,  macchine per l’elettroshock, i famigerati «caschi del silenzio»;  un’urna di inizi Ottocento, utilizzata per far cadere  gocce d’acqua sulla testa del matto a scopo calmante e un apparecchio per il cosiddetto «bagno di luce», che nelle intenzioni degli ideatori avrebbe dovuto produrre (mediante lampadine e specchi)  sui pazienti un effetto analgesico. Spunta anche una forca per mettere al muro gli agitati. Inoltre è stato restaurato un antico vogatore in legno per l’attività ginnica del segregato.   Dunque, una ricostruzione anche per immagini  dell’evoluzione delle «cure» psichiatriche, una narrazione aperta a personali interpretazioni e suggestioni per  una più ampia lettura dei supplizi dell’esistenza.
«Ma la vita del manicomio è una vita dura dura che ci porta alla sepoltura e rovina la gioventù», cantava una donna che ha passato quasi tutta la vita al San Lazzaro. E non si sa nemmeno se anche lei, come tanti altri,  fosse davvero pazza.

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