Arte-Cultura

Sutherland, natura vista con l'anima

Sutherland, natura vista con l'anima
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di Pier Paolo Mendogni
Trovata la chiave per entrare nel mondo magico naturalistico di Sutherland se ne resta totalmente coinvolti. Protagonista è la natura nelle sue mutevoli forme organiche e in quelle inorganiche, nell’intreccio contaminante fra elementi vegetali, minerali e animali filtrati attraverso una poetica sensibilità e una accesa fantasia. Un mondo scrutato con l’occhio dell’anima che lo penetra lentamente, cogliendo somiglianze tra le forme più varie, tra specie diverse e procedendo a una ri-creazione nel segno della vitalità, della bellezza e  della stupefazione. Appaiono sulla tela brani di forme e sonorità cromatiche che si associano in una realtà complessa e multiforme, che però non va mai oltre il reale – per cui non si può parlare di surrealismo – ma invita semmai alla ricerca della verità più approfondita, che vada al di là delle apparenze, anche se attraverso l’ambiguità di un personalissimo linguaggio di una fascinazione calamitante. La mostra allestita (fino al 9 dicembre) nelle sale della Fondazione Magnani Rocca «Sutherland. Il pittore che smascherò la natura», curata da Stefano Roffi (cui si deve pure il catalogo della Silvana Editoriale con scritti di Martin Hammer e Roberto Tassi) ci consente di ripercorrere l’itinerario del maestro inglese attraverso un centinaio di opere molte delle quali provenienti da collezioni private e mai esposte. Erano molti anni che in Italia non si vedeva una mostra così completa. A Parma nel 1991 era stato Franco Paglia a proporci alla Galleria Sanseverina le «gouaches» presentate da Tassi. L’attuale rassegna – comprendente varie splendide tele di grandi dimensioni e sostenuta da Cariparma Crédit Agricole e dalla Fondazione Cariparma – spazia dagli anni Quaranta alla fine degli anni Settanta ed è preceduta da una intervista filmata a Graham Sutherland (1903 – 1980) che risulta molto utile per una migliore comprensione del suo linguaggio. Accompagnano la rassegna musiche di Benjamin Britten, autore dello struggente «War Requiem» composto per la riapertura della Cattedrale di Coventry, che si collega all’attività di Sutherland negli anni Quaranta, quando è stato chiamato dal governo inglese, insieme a Moore e Nash, per documentare i bombardamenti e le atrocità della guerra. Sono nate qui le «Devastations» che aprono il percorso. Sono immagini drammatiche a guazzo e inchiostro nelle quali il nero incupisce un ambiente violentato da bombe che hanno distrutto case, officine, macchinari creando minacciosi scenari di squarci, di scheletri di travi, di grovigli contorti di tubi gementi come esseri umani, forme pencolanti in antri oscuri su fondi rossastri, ambienti desolati su cui si posa il sonno della morte, case arse da dilanianti lingue di fuoco. Ed anche il lavoro ha aspetti brutali nel calore soffocante delle fornaci, nelle buie viscere della terra, nelle cave di pietra stratificate in ottusi orizzonti compatti. La guerra ha lasciato un segno profondo nell’artista e nella Crocifissione, oltre che dalla tragicità dell’evento, è rimasto colpito dalla crudeltà delle spine: un motivo che viene evidenziato nel «Christ carryng the Cross» (1947) e che sviluppa negli alberi di spine (Thorn trees) tra cui il suggestivo studio del 1970, ostensorio del dolore. In quegli anni esponeva a Londra con Henry Moore ed entrambi erano considerati gli artisti inglesi più affermati, uno per la pittura e l’altro per la scultura.Nel 1947 il primo viaggio in Francia, dove incontrava Matisse e Picasso, gli faceva scoprire un paesaggio diverso, inondato da una luce che lui trasformava in colore. All’inizio degli anni Cinquanta le sue opere si impreziosivano con raffinatezza grafica e cromatica: le «Standing form» con ricercata eleganza si pongono in antitesi alla potenzialità devastante di Bacon. «Petite Afrique» è un concentrato della cultura africana coi suoi animali, le sue sculture totemiche, mentre il frutteto di mele trasuda rigogliosa golosità. Uno spazio particolare è stato riservato agli straordinari ritratti: Somerset Maughan, Wiston Churcill, Lord Beaverbrook, scanditi su fondali che ne evidenziano il carattere, vengono scavati nella loro intimità facendone affiorare le verità più segrete. L’osservazione del reale lo ha stimolato a creare singolari metamorfosi in cui le forme zoomorfe si ibridano con elementi meccanici che ne accentuano l’aggressività (come la mantide) oppure il fascino (come l’insetto con forme e colori vegetali) o l’inquietudine. Lo splendido clima veneziano gli ha suggerito la realizzazione del «Bestiario» (tra il ’65 e il ’68) un capolavoro di grafica e fantasia. Al ritorno in Galles ha dipinto tele di eccezionale qualità in cui al gusto della ricerca si accompagna l’attenzione a una bellezza formale che invita ad entrare nel verde vellutato della foresta con catene, nell’intrigante paesaggio di rovine immerse nell’azzurro, nelle forme ondulate di una tattilità sfuggente, nel libero dispiegarsi di branche arboree nel sole, nel cesellato meccanismo di ingranaggi in un paesaggio, nel bosco incantato di richiami ancestrali: un viaggio incantevole che si conclude  nella serrata sinfonia di verdi guizzanti di movimenti, seducenti di tenere luci e  di liriche tensioni, che avvolge l’autoritratto dipinto due anni prima della morte.
 

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