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Arte-Cultura

Busseto, la dimora del genio

Busseto, la dimora del genio
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 di Elena Formica

Voi sapete che a lui devo tutto, tutto». In una lettera alla contessa Maffei, così Verdi ricordava Barezzi. Parole fatte per andare dritte al cuore. O al dunque.  Nel 1913, primo centenario della nascita di Verdi, fu Arrigo Boito a dettare l’epigrafe che tuttora si legge sulla facciata di Casa Barezzi a Busseto. Veritiera come solo alcune lapidi, fra le tante che cadono a pezzi sotto il peso della retorica, lo sono. Queste le prime righe: «Antonio Barezzi di Busseto comprese il genio, incoraggiò i cimenti, presagì la gloria di Giuseppe Verdi». «Con Verdi in Casa Barezzi»: s’intitola così il libro che Corrado Mingardi ha dedicato a «un luogo verdiano, il più verdiano certo di Busseto». E le Roncole? «Nulla quaestio». 
La casa natale di Roncole, quella dove uno specialissimo bambino vide la luce il 10 ottobre 1813, è una sorta di Betlemme; non è sacrilegio dire che lì si venera il primo respiro, il primo apparire, il primo sintomo (quel suonare da bambinetto l’organo in San Michele Arcangelo) del Verdi che sarà. Ma Roncole è un mazzo di case che fioriscono in campagna e una strada balzana, curvando capricciosa tra i poderi, si diverte ad allungare la distanza tra l’orgogliosa frazione e Busseto. Sicché niente è più verdiano di Casa Barezzi dentro (non fuori) le mura di Busseto. «Con Verdi in Casa Barezzi», pubblicato da Grafiche Step editrice, sarà in vendita con la Gazzetta di Parma a partire da sabato  a euro 8,80 più il prezzo del quotidiano. Penna felice e rigorosa questa di Mingardi, pagine che si leggono d’un fiato. Un romanzo? No. Una storia vera. Quella di una casa e dei suoi straordinari abitanti. Lettere, memorie e documenti a supporto del racconto. Ricco l’apparato iconografico. Intellettuale d’ampie e fitte relazioni culturali, collezionista raffinato e intrepido (il suo genere sono i libri d’artista: da Delacroix a Picasso, per intenderci), Corrado Mingardi esercita quotidianamente un’aristocratica modestia ch’è lontananza dal banale, dall’effimero. Bussetano e – perché no? – parigino o londinese per gusti e frequentazioni, egli insegna come la provincia, vissuta così, sia il posto più eccitante e segreto dal quale osservare il mondo. E conquistarlo, se si è capaci. «Verdi docet». Ma chi era Antonio Barezzi? Agiato commerciante di coloniali e liquori, nutriva «una passione fortissima per la musica – spiega Mingardi – . Era dilettante di flauto, clarinetto, corno, oficleide, contrabbasso e nel 1816 aveva fondato una società filarmonica che dirigeva e ospitava a casa propria nel vasto salone diventato sede delle prove, delle accademie musicali e delle riunioni conviviali dei filarmonici. La Filarmonica Bussetana fu legata attraverso il maestro Ferdinando Provesi alla cappella musicale della Chiesa Collegiata, una fondazione risalente al 1627 con annessa scuola di musica per i giovani del paese. Intenerisce sempre il ricordo di Verdi fanciullo sui dieci anni, venuto dalla campagna a frequentare il ginnasio bussetano, che sosta assorto sotto le finestre di Casa Barezzi, da cui esce musica a quasi tutte le ore del giorno». 
Da lì a breve, Barezzi accolse il ragazzo in casa propria. Lo aveva ascoltato suonare alle Roncole, lo aveva tenuto d’occhio alla scuola del Provesi, ne aveva fiutato il talento. Fu nel Salone di Casa Barezzi che Verdi, a 16 anni, tenne la prima esibizione pubblica. 
Il signor Antonio, poi, anticipò e integrò per tre anni il sussidio del Monte di Pietà col quale Verdi poté studiare a Milano dal 1832 al ‘35. 
Successivamente Verdi scrisse centinaia di pezzi – un tirocinio formidabile - per quelle «teste chimeriche» dei Filarmonici bussetani. Nel 1836 il giovane musicista sposò Margherita Barezzi. Fu un matrimonio breve, tragico il finale: Margherita morì nel 1840, i piccoli figli della coppia seppelliti poco prima. Passarono gli anni e Verdi si unì a Giuseppina Strepponi che – come riferisce Mingardi - seppe comunque «conquistare interamente il cuore di Barezzi». Va segnalata, tra le chicche del libro, la soluzione di un antico «giallo» bussetano; grazie ad essa viene finalmente «assolto» il parroco don Ballarini dall’accusa di aver impedito la nomina di Verdi a maestro di cappella della Collegiata. «E’ stato Dino Rizzo – precisa Mingardi – a ricostruire la verità nel volume ''Verdi filarmonico e maestro dei Filarmonici bussetani'' pubblicato dall’Istituto Nazionale di Studi Verdiani. Tra le cause della mancata nomina figurano una serie di equivoci e complicazioni, ma anche il ritardo di Antonio Barezzi nel presentare la documentazione richiesta e l’atteggiamento di Margherita che già sognava i successi dell’amato Verdi a Milano, ritenendo che egli dovesse restare là per cogliere «chances» a Busseto impossibili». In effetti, nel 1839, Verdi debuttava con «Oberto» alla Scala. Prima, per due anni e mezzo, era stato maestro comunale di musica a Busseto. Ma si era licenziato. Quel pubblico era troppo piccolo per la sua musica. 
Oggi Casa Barezzi ospita, al primo piano, un prezioso Museo verdiano il cui nucleo originario è costituito dalla donazione di Gianfranco Stefanini, già sindaco di Busseto. 
Si tratta degli arredi autentici del Salone Barezzi, a cui vennero aggiunti importanti cimeli di proprietà della Fondazione Cariparma e del Comune di Busseto, oltre a una seconda donazione dello stesso Stefanini.
 L’associazione «Amici di Verdi» - che nel Salone di Casa Barezzi prosegue un’intensa attività di concerti, conferenze e incontri – cura, tutela e continuamente potenzia questo affascinante museo. Se Casa Barezzi è viva, a loro si deve tutto, tutto. 
 

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  • Ilaria

    18 Ottobre @ 21.40

    Bellissimo articolo, brava Elena!

    Rispondi

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