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Quelle maglie infeltrite e macchiate

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 Anna Maria Dadomo

Non era bello, ma doveva riconoscere che da quando la zia era morta la sua vita era cambiata… in meglio. Dopo anni di schiavitù - e quella espressione adesso, lo riconosceva con certezza,  non le sembrava per niente esagerata - era libera. Finalmente libera. Ma quando quel 21 giugno le avevano detto: la zia  è morta, lei aveva provato un dolore  acuto, paralizzante, una fitta al cuore, e pianto lacrime sincere. Era seduta in giardino intenta a sfogliare  un  giornale  giusto per tirare l’ora di visita all’ospedale quando  le era arrivata, del tutto inaspettata,  la notizia della sua morte. 
Nei giorni seguenti il funerale andare al cimitero, portare fiori, recitare una sfilza di  requiem eterna con  gli occhi che immancabilmente le si inumidivano, era diventato per lei indispensabile: la visita quotidiana che compiva, con il suo invariato corredo di gesti e preghiere,  l’aiutava a prendere  coscienza di quell’assenza improvvisa, leniva il vuoto  doloroso che ne era seguito. Perché te ne sei andata? chiedeva a mani giunte rivolta alla foto della defunta  color seppia  incastonata nel marmo rosa, Perché, zia Betty?
Con il passare delle settimane però si era resa conto, con genuino stupore, che le sue giornate avevano acquistato un andamento più calmo, più pacifico senza le abituali intrusioni  della zia che si annunciavano con un perentorio scampanellare alla porta.
Ancora prima di affrettarsi ad aprire, accendeva sotto la caffettiera se era mattina, o il bollitore se era pomeriggio,  per una tazza di  caffè  o di tè che la zia, nel momento stesso in cui metteva piede in cucina,  le chiedeva di preparare.  Che poi la poveretta  avesse il diabete,  la glicemia alle stelle (questo lei non poteva saperlo), era del tutto trascurabile: zia Betty  esigeva sempre che le sue bevande preferite  le venissero servite  con qualche biscotto o una fetta di torta o, se proprio non c’era altro, anche pane e marmellata andava bene.
Perché fai tante storie? rispondeva indispettita ai suoi tentativi di dissuaderla dall’ingurgitare quei dolci per lei velenosi. Vedi? Non metto zucchero. Nemmeno un cucchiaino. Cosa poteva fare?  Rifiutarsi ? Non sarebbe servito: il resto della giornata la zia lo passava in città andando per negozi, e ritemprandosi dalle faticose camminate con lunghe soste  al  bar o in pasticceria. 
Lei morta, il tempo era  ritornato interamente suo. E in quel tempo ritrovato, non più minacciato d’invadenza, in quel silenzio, in quella quiete,  ecco farsi strada un pensiero stupefacente: un uomo, poteva portarsi un uomo in casa. Un uomo per cui cucinare, preparare il caffè. Un uomo con cui dormire. Ah! Che audacia di pensiero adesso che la zia non c’era più! Perchè bisognava essere onesti con se stessi e riconoscere che mai e poi mai, con lei viva,  avrebbe trovato il coraggio di farlo. 
Sentì l’urgenza di dirglielo. Sì. Avrebbe colto qualche ortensia che  si erano fatte con il freddo di un bel rosso invernale e sarebbe andata al cimitero. Come ogni altra volta avrebbe spolverato e pregato quindi, prima di andarsene, l’avrebbe guardata dritta in faccia e  le avrebbe detto che la sua morte aveva spezzato le catene di una lunga schiavitù, e aperto le porte di un mondo nuovo e inesplorato. Un mondo d’amore, si augurava. Insomma, non era dispiaciuta che fosse morta. Poi avrebbe seppellito quella verità imbarazzante nel più profondo di se stessa come nel buio di un armadio, e lì l’avrebbe dimenticata come una di quelle maglie infeltrite e macchiate che la zia Betty spesso le regalava.  

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