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La coscienza e l'altrove

La coscienza e l'altrove
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di Giuseppe Marchetti

Il primo aprile 1930 Carlo Rosselli da Parigi scriveva alla madre: «La bimba benissimo. E' dimagrita 350 gr. ma ha  già cominciato a risalire. Siamo preoccupati per la sua boccuccia che non è, come ti scrivevo, troppo bella. Il primo giorno sono stato realmente indeciso se chiamarla Amelia: mi pareva di sentire la zia Gì dire fra sé e sé: ma con che coraggio hanno dato a questa pupa il nome di una nonna così bellina fine e perfetta?». Un giorno prima dunque, Amelia Rosselli era entrata nel mondo. E ora con il viso appoggiato alla mano sinistra ci guarda dalla copertina del Meridiano che Mondadori ha appena pubblicato con «L'opera poetica», a cura di Stefano Giovannuzzi con la collaborazione, per gli apparati critici, di Francesco Carbognin, Chiara Carpita, Silvia De March, Gabriella Palli Baroni ed Emmanuela Tandello che ha steso anche il saggio d'introduzione al bel volume. Volume di poesia rara nel quadro del nostro Novecento, di «poesia estranea», scrive più volte la Tandello. Ma l'estraneità, forse, è più una caratteristica della  poetessa  che dei suoi versi. I quali, poi, a ben compitarli non sembrano neanche sempre tali, ma semmai fusioni tra argomentazioni e ricordi, tra monologhi e drammi interiori, con quella fatica  -  o apparente fatica - che la lingua esige senza minimamente ricambiarla. Eppure in queste pagine tutto viene messo in luce con «la tensione tra l'opera e la storia», scrive la curatrice, convinta com'è che «il rapporto della Rosselli con la contemporaneità è problematico: mai subita, anch'essa è giocata sul filo tra estraneità e appartenenza». Il Meridiano raccoglie e ripropone tutte le raccolte di versi, da «Variazioni belliche» ('64) a «Slèep» ('66) con le infinite variazioni interne che vanno dai «Primi scritti» ('52-'63) a «Diario ottuso» ('54-'68), alle traduzioni e autotraduzioni, alle poesie disperse e agli interventi in margine alla poesia, corollari quanto mai utili per situare la Rosselli in quella dimensione letteraria che con un «criterio evocativo» Giacinto Spagnoletti collocava tra «Campana, Scipione, Rimbaud e Montale» circa l'uso di «una siffatta lingua poetica». Lingua che ora ci viene quasi imposta e sbattuta in faccia nonostante l'amara constatazione che apre «Documento» ('66-'73): «Sì, scrissi finalmente cose belle, tutte/ per te - non v'era pubblico più disattento». Così è stato dentro quest'isola che in mezzo al Novecento produce da sé il bagaglio delle proprie attenzioni, delle proprie letture, dell'europeità dei ritmi e degli stili sia pure tra «amore e solitudine», come scrive Spagnoletti, sino a giungere a «La libellula» del '58 - Amelia ha ventotto anni - che si conclude con i versi famosi: «Rovina/ la casa che ti porta la guardia, rovina l'uccello/ che non sogna di restare al tuo nido preparato,/ rovina l'inchiostro che si fa beffa della tua /ingratitudine, rovina gli arcangioli che non/ sanno dove tu hai nascosto gli angioli che non/ sanno temere». Vide bene, allora, Zanzotto quando scrivendo, nel '76, di «Documento» annotò decisamente: «Eppure in tanta presa di buio fisico e corporeo c'è un massimo di coscienza, tanto più lucida, esaustiva, avanzante, quanto meno capace di estrinsecarsi in distensive volute di giustificazione». Quindi, tanto più limpida  la memoria, quanto più convincente l'uso che se ne fa, e non solo per accatastare ricordi ma per raccontare «in modo aperto, sfuggente, frammentario, contro la costruzione, il testo già scritto prodotto del ricordo e sua rivisitazione». Sempre variazioni belliche, insomma, a contatto con la realtà che le trasforma in parole che fuggono poi in una nube di immagini e di pensieri dentro «lo spirito della terra». Ed ecco, allora, la vocazione alla poesia diventare vocazione alla scrittura che è «l'altrove» di cui scrive la Tandello; la scrittura lascia, però, «Nel cavo della mano/ solo un fluorescente pensarsi?». La domande curiosamente non troverà risposta. Se la poneva anche Pasolini definendola curiosamente «un lapsus» ma con il trascorrere del tempo  tale errore di distrazione, voluto forse, è diventato un commento utile alla poesia, utile al suo consumo e contro un abuso fatto di lirismo sentimentale privo di ogni dramma autentico. A Elio Pecora che nel settembre del '77 la intervistava per «La voce repubblicana» chiedendole se un poeta debba essere politicamente impegnato, la Rosselli rispondeva: «La resa poetica prescinde dagli interessi politici dell'artista. L'interesse sociale di T.S. Eliot fu enorme. Montale è interessatissimo alle condizioni sociali e la sua poesia ne testimonia significativamente. Penna, invece, ammette lui stesso di essere poeta d'amore. Pasolini non riuscì a farsi interprete della realtà comune: la sua sofferenza era troppo intima, troppo personale e gli impedì la visione totale. Ci riuscì Pavese col suo primo libro di poeta». Pecora insiste: «E il Gruppo '63?». Amelia risponde: «Usano tecniche superatissime». Ecco tracciata qui chiaramente la mappa del territorio battuto dalla poetessa, ecco il suo documento d'identità, il suo tempo che «si trascina e s'infrange» come in quelle mattine dell'undici febbraio '96 quando decide di buttarsi dalla finestra. Dibattersi dentro la realtà   non conta, è solo un errore, e fuori dalla realtà c'è solo il nulla. «La poesia non si addice alla vita normale, quella di tutti i giorni». E amen. 
L'opera poetica - Mondadori ed., pag. 1.609,   60,00
 

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