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Arte-Cultura

Ombre di sogni che svaniscono

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Paolo Lagazzi
   Come Giovanni Mariotti ci informa in una nota in appendice al suo nuovo, originalissimo romanzo «L'amore lungo», esso chiude un trittico inaugurato da «Il bene che viene dai morti» e seguito da «Storia di Matilde»; se questo trittico fosse un giorno ripreso in un solo volume, il suo titolo dovrebbe (o potrebbe) essere «Libro d’ombre». Ma «Libro d’ombra» non era anche il titolo italiano di uno dei più famosi testi di Junichiro Tanizaki, introdotto e curato proprio da Mariotti trent'anni fa? Forse, evocando quel libro, lo scrittore italiano ci invita a leggere la sua trilogia come l’espressione di un’idea, di una poetica, di un’«estetica» della vita maturata anzitutto in dialogo con le ombre velate e sfumate, con i vapori e i crepuscoli, con i fumi del tè e i gesti smorzati della civiltà nipponica? Una lettura del genere, in realtà, sarebbe proficua solo se non intesa a senso unico. Certo anche nella casa dei due protagonisti (marito e moglie) dell’«Amore lungo» c'è un bagno in cui «il chiarore un po' nebuloso del giorno fa pensare alla luce opaca filtrata dagli ''shoji'' nelle foto di interni giapponesi»; certo anche qui le penombre prevalgono sulle luci crude e sul buio abissale che le circondano; ma, mentre le ombre evocate da Tanizaki avevano la qualità pulviscolare, la patina dolce, la bellezza brunita di un’esistenza misteriosa e sensuale, ovattata e frusciante, nascosta e impreziosita da paraventi, veli, accenni, distanze o allusioni, le ombre che percorrono l’appartamento dei due anziani coniugi di Mariotti (solo molto liberamente da lui concepiti come proiezioni di se stesso e di sua moglie) sono fantasmi errabondi e amletici, figure di un senso della vita che si sta lentamente sfaldando nell’incertezza, nel paradosso, nell’incredulità. Attraverso il rincorrersi di queste ombre ciò che lo scrittore tenta di rappresentare con una mano leggera, evasiva e ambigua, con tocchi sghembi e acquosi, è un mondo immenso e infinitamente ristretto, vasto come il mare e concentrazionario come un carcere: il mondo marginale dei vecchi.
Quale ruolo ha l’amore coniugale in questo luogo senza luogo, in questo spazio fatto di gesti ripetuti senza tregua e di sussulti, voragini, trafitture improvvise nel tessuto dei giorni? Cosa significa amarsi ancora dopo tanti anni, mentre sempre più intricato appare il nodo che stringe tra loro i mutamenti inesorabili del mondo e l’immobilità del destino, la logica della pura sopravvivenza e il richiamo fortissimo del vuoto? Nessuna risposta è possibile a domande simili: l’amore dei vecchi sfugge a tutte le categorie e le idee, libero e noncurante come il «lui», paziente, fragile e tenace come la «lei» di questa coppia, votato a fluttuare, a rigirarsi su se stesso, a cercarsi e a perdersi in una fedeltà che è insieme tenerezza e angoscia, levità e ossessione.
Anche quando lui, a un certo punto, muore, non cessa di essere presente nelle stanze in cui per tanto tempo ha convissuto con lei; solo la sua forma cambia diventando sempre più evanescente «come un vecchio indumento la cui trama si sta consumando» o come «un mucchietto di bruma bianchiccia»... A sua volta la donna, ben consapevole della presenza muta di lui al suo fianco, non sa più se anche lei è morta, se entrambi sono un sogno, se le cose attorno a loro sono reali o immaginarie come i soffi, i silenzi, gli scricchiolii o i ticchettii che percorrono le pareti della casa, segni di qualcosa che non ha un nome, forse tracce di un dio che non ha altro volto se non quello della sua inesistenza... Al fuoco bianco (bianco come nebbia, come latte o come il colore dell’impossibile) degli ondeggiamenti dei due protagonisti tra l’essere e il nulla, le cose più strane accadono: in tutti i libri raccolti da loro nel corso di una vita le parole si cancellano; nelle fotografie di famiglia le immagini dei parenti svaniscono; infine la casa stessa, prima lentamente poi sempre più vorticosamente, si modifica diventando un labirinto di corridoi sbilenchi e infiniti, una fuga di prospettive candidissime, un balenare di porte remote e irraggiungibili...
Chiaramente innervato dal pathos di una parabola sull'inconsistenza del tutto - compreso l’amore, perché anche gli amori più lunghi finiscono; compresa la letteratura, questa illusione d’eterno che non potrà resistere alla caduta dell’universo in un pozzo senza fondo -, il romanzo di Mariotti è un’invenzione di alta qualità narrativa: un testo insieme surreale e metafisico; il frutto di un’amara e ironica fantascienza; l’invenzione di un lettore coltissimo, capace d’intarsiare spunti raccolti dal Carlos Fuentes di «Aura» come dal Murakami Haruki di «Dance dance dance», da Silvio D’Arzo (il progressivo svaporare dei morti nel cimitero di «Penny Wirton») come da Borges o dal Kubrick di «2001: Odissea nello spazio» (la bianchissima, trascendentale dimora finale) senza mai, per questo, scivolare in qualche forma di manierismo.
Come il suo protagonista, lo scrittore si muove con nonchalance, senso dello humour e discrezione, smorza i timbri mentre affronta temi tragici e immensi, evita gli atteggiamenti rigidi, le difese dal dolore affidate a toni magniloquenti... Tutto quanto conta davvero per lui è ritrarre con arguzia e dolcezza due vecchi che, malgrado quel delirio che è l’universo, cercano di trovare il modo più quieto e inappariscente per svanire. Poco importa cosa avvenga dentro di noi o intorno a noi, poco importa che tutto tenda a franare e a perdersi, perché il nostro compito supremo è solo, in fondo, questo: «modulare possibilmente con grazia»  il nostro passo d’addio.
L’amore lungo -  et.al. / EDIZIONI, pag. 107, euro 10,00

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