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La verità, la ragione e la fede

La verità, la ragione e la fede
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Catia Iori
Un intellettuale «irregolare», così Franco Marcoaldi definisce Stefano Levi Della Torre autore di «Laicità, grazie a Dio». E se oggi si parla in Italia l’ebraismo laico, questo agile volumetto  parla di laicità specie nei confronti della tradizione ebraica e cristiana. Da cui si discosta non con un rifiuto preventivo e pregiudiziale, ma con una decodificazione  simbolica, metaforica e antropologica.  Il laico, infatti,  non esclude il credente, né il credente il laico: sono «consanguinei» che interferiscono tra loro anche nella stessa persona, e litigano come Giacobbe ed Esaù nel ventre della stessa madre. L’uno col vessillo del  conoscere, l’altro col vessillo del credere, ma entrambi fanno l’una e l’altra cosa, in luoghi tuttavia diversi della mente e del cuore. Se un tempo, sullo sfondo di una secolarizzazione  che appariva ormai inarrestabile, i principi laici potevano sembrare chiari e inattaccabili, oggi lo scenario è molto cambiato e mentre si registrano ingorghi sulla «Via di Damasco», la laicità è soggetta a un preoccupante discredito. L’autore è soggetto interessante ed è forse la persona più giusta per parlarne: pittore, docente di architettura all’Università di Milano, Levi si dichiara «non credente» immerso in una società dal profondo sostrato cattolico. Il suo è dunque uno sguardo «relativo», ma che non gli impedisce di osservare con incredibile lucidità il mondo «altro» dei credenti, e di coglierne il legame profondo con quello dei laici.
Attraverso strumenti diversi, dunque, laicità e religione rispondono all’impulso a ricercare risposte che sopperiscano alla lacunosa esperienza del mondo consentita all’essere umano: «In massima parte, laicità e religione si occupano in modo diverso delle stesse cose: di come va il mondo e di come dovrebbe andare, della vita e della morte, della sofferenza e della speranza. Il conflitto fra laicità e religione non è tanto sugli argomenti quanto sul modo di argomentare, sui criteri di fondo circa il vero e il falso, circa il rapporto tra il sapere e il credere».  Da laico, Levi non obietta alla religione di essere troppo metafisica, ma semmai di esserlo troppo poco. Perché pretende, a suo parere,  di dare un volto definitivo all’abisso. I veri, grandi mistici laici del moderno sarebbero proprio Leopardi e Kafka.  Perché accettano l’abisso e ci sprofondano dentro. Senza, a giudizio di Levi Della Torre,  riempire il mistero di parole volte ad addomesticare quell’abisso, per addolcirne l’angoscia. Senza tradurre la vertigine dell’insondabile in liturgie consolatorie. Freud sosteneva che si investono più energie nel ripararsi dagli stimoli che nel riceverli. Ecco, le religioni costituiscono delle formidabili fantasmagorie proprio per incistare lo scandalo del caos, per dare senso alla realtà e al contempo ripararsi da essa. E però seduce questo suo continuo interesse per l’argomento religioso che non è solo un fatto privato, ma collettivo e sociale.Ed è questo terreno, soprattutto che Levi Della Torre esplora con grande senso critico e una scrittura brillante, individuando i termini di un confronto positivo tra laicità incredula e religione. «Che cosa possono imparare l’uno dall’altro lo spirito laico e lo spirito religioso?» si chiede. A non accontentarsi di se stessi e neppure del mondo così com’è. Dallo spirito laico il religioso può imparare la fatica del dimostrare rispetto alle rassicurazioni del credere, l’umiltà della ricerca rispetto alle certezze della fede, la passione per la ragione rispetto alla ragione delle passioni… E che cosa lo spirito laico può imparare dalla religione? La potenza delle forme simboliche, la necessità dell’illusione per la dinamica della vita. Laicità grazie a Dio esprime dunque fin dal titolo (felicissimo) un legame che sembrerebbe paradossale ma ch invece, per dirla con Giacomo Leopardi, è «una mirabile congegnazione del sistema dell’uomo, il quale non sarebbe irreligioso, se non fosse stato religioso».

Laicità, grazie a Dio - Einaudi, pag. 113,  euro 10,00

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