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Ferrara, due secoli di grande arte

Ferrara, due secoli di grande arte
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 di Pier Paolo Mendogni

 

Boldini, Previati, De Pisis», Ferrara punta sui suoi artisti più prestigiosi per mettere a fuoco «due secoli di grande arte» sviluppatasi nella città estense, presentati in una mostra allestita a Palazzo dei Diamanti (fino al 13 gennaio) a cura di Maria Luisa Pacelli, Barbara Guidi e Chiara Vorrasi. Un percorso vario, che riflette quanto è avvenuto dalla metà dell’Ottocento nell’arte italiana e che trova a Ferrara un ambiente sensibile, preparato e con alcuni artisti che diventano protagonisti a livello internazionale dei grandi mutamenti espressivi. 

La temporanea chiusura delle Gallerie d’arte Moderna e Contemporanea cittadine ha spinto ad organizzare questa rassegna che ripercorre sinteticamente «le tappe che hanno portato a riunire questo patrimonio, mettendo in evidenza le relazioni al contesto locale e inserendo, laddove possibile, delle connessioni ad ambiti più estesi». Le opere esposte sono una ottantina, per la maggior parte dipinti, integrati da sculture e opere su carta che documentano una produzione che  da locale ha raggiunto il palcoscenico internazionale. L’Ottocento ferrarese si è inserito nel filone del Romanticismo con la specificità dei temi legati ai due grandi poeti che hanno illuminato la corte estense, Ludovico Ariosto e Torquato Tasso: il primo descritto da Massimiliano Lodi mentre legge l’«Orlando furioso» davanti alla corte, il secondo «fotografato» da Gaetano Turchi meditabondo e malinconico nella cella dell’Ospedale di Sant’Anna di Ferrara, dove venne rinchiuso per ordine di Alfonso II d’Este; dalla «Gerusalemme liberata» Giovanni Antonio Baruffaldi «narra» l’episodio di Tancredi che battezza Clorinda morente. A una tormentata vicenda della storia ferrarese si rifà Gaetano Domenichini con la condanna a morte, da parte di Nicolo III, del figlio Ugo e della moglie Parisina, sfortunati amanti della casa d’Este. La pittura religiosa si affida invece al linguaggio purista con Giovanni Pagliarini la cui «Madonna col bambino» spicca con solare purezza su un sereno sfondo campestre. 

In alcune parti d’Italia sorgono movimenti che mirano a superare l’accademismo inamidato e formale e tra questi vi sono i macchiaioli toscani ai quali si avvicina nel ’64 il ventiduenne Giovanni Boldini (1842-1931) partito da Ferrara per fare nuove esperienze e «Le sorelle Lascaraky» rivelano la solidità energica della pennellata dell’artista che le ha ritratte nell’intimità informale della casa. La grande svolta avviene con il trasferimento a Parigi (1871), capitale mondiale dell’arte e dell’economia che si rifletteva in una brillante vita mondana, la Belle époque, con le signore che andavano a gara nell’eleganza dell’abbigliamento e nel farsi ritrarre da Boldini, come testimoniano anche qui alcuni capolavori, iniziando dalla distinta coppia a passeggio nel Bois de Boulogne tra fremiti di lunghe pennellate nero su nero; pennellate che diventano affascinanti incantamenti nell’abito bianco di una giovane dama, che leggermente arrossisce nella voluttà di un diffuso candore che si irraggia come un ostensorio intorno a lei. 

Il «Ritratto del piccolo Subercaseaux» , seduto scompostamente con una gamba sul divano, è un saggio magistrale di virtuosismo tonale con l’abito di seta bianco giocato su raffinate sfumature di leggerissimi rosa e azzurro e sui contrasti con le strisce nere e grigie del divano. Stupefacente di spumeggiante bellezza è la madre del ragazzo, Olivia, ritratta con un sorriso smagliante che illumina il viso sottile, rosato come il seno lasciato ampiamente scoperto dall’abito da sera di un rosa carico, frusciante di bianche marezzature, ornato da due rigogliose rose tolte da un vistoso mazzo posato sul divano. Meno mondano ma ugualmente pieno di slanci è un altro ferrarese, Gaetano Previati (1852-1920) caposcuola di quel movimento che ha visto fondersi simbolismo e divisionismo. Le sue lunghe, filamentose pennellate si innalzano per conferire verticalità alla Vergine che viene portata nell’azzurro del Cielo da sinuosi angeli femminei. Le linee diagonali diventano forza travolgente della passione che lega in un unico destino Paolo e Francesca. Capolavoro struggente è il «Trafugamento del corpo di Cristo» nella visionarietà surreale dell’immensità della tragedia. Negli anni Venti, in un clima di ritorno all’ordine, vengono riscoperte le radici classiche dell’arte cui guardano pure i ferraresi Achille Funi – qui con due ritratti della sorella e due bei paesaggi – e Roberto Melli, tra gli animatori della rivista «Valori Plastici». 

Esponente di punta del movimento è Mario Sironi di cui è esposto il grande dipinto preparatorio al mosaico del Palazzo di Giustizia di Milano,  singolare esempio di fusione fra la classicità e modernità. Siamo negli anni Trenta, nel periodo in cui il ferrarese Filippo De Pisis (1896 – 1956), stabilitosi a Parigi, sta elaborando il suo accattivante linguaggio stenografico. Il segno deciso si scioglie in tocchi più brevi ma grassi di pigmento che poi si assottiglia come si nota nelle  significative opere esposte che raggiungono la sublime poeticità di un ultimo anelito vitale nelle rarefatte nature morte degli anni Cinquanta. 

 

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