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Arte-Cultura

Affacciarsi sulla realtà

Affacciarsi sulla realtà
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Manuela Bartolotti

Per guardare il mondo da una finestra si esce o si entra? E cos’è il quadro, se non una finestra spalancata su un universo? Una mostra come questa, «Una finestra sul mondo» al Museo d’arte e al Museo Cantonale d’arte di Lugano (fino al 6 gennaio 2013) non potrebbe essere meglio rappresentata che dalla scritta al neon di Wyn Evans «Think of this as a Window», usata come logo. L’accesso alla conoscenza e alla visione non è dunque una porta, diaframma magari opaco che prevede una chiave e l’intermezzo di un meccanismo più complesso, meno spontaneo, mentre la finestra dischiude naturalmente lo spazio ulteriore che s’articola secondo precise direttrici prospettiche, come volevano i teorici dell’arte nel ‘400. Sono esposte 200 opere che hanno come soggetto la finestra dal Rinascimento ai nostri giorni. Interagiscono e si richiamano l’un l’altra perché non disposte secondo progressione cronologica, ma organizzate per sezioni tematiche. Allora ecco l’ «aperta finestra» di Leon Battista Alberti e di Lorenzo di Credi, utilizzata come artificio per sfondare la prospettiva oltre lo spazio interno della stanza, mentre Dürer si firma con il dettaglio magistrale del riflesso di finestra negli occhi dei personaggi ritratti, lasciando, oltre a un sottile simbolismo, anche l’accredito della verità, della presenza viva. Si passa al XVII secolo dove invece quell’apertura si proietta virtuosisticamente sul vetro o sul peltro di una coppa, oppure va a far da fondale alle nature morte di fiori e di frutta, dai fiamminghi fino a Macke, Gabriele Münter, Van Velde e alle moderne still-life fotografate da Depardon e Tillmans. La finestra è luogo di meditazione e aspirazione, d’abbandono al sogno, perché dal davanzale fugge il pensiero nei vasti spazi. Molte sono dunque le figure alla finestra nei vari secoli, dal bel disegno cinquecentesco di Hans Kluber (Fanciullo che guarda alla finestra) di un naturalismo parmigianinesco, all’acquaforte di Van Ostade e alle donne di Füssli, ai meditabondi personaggi di Constable fin alla sorpresa intimità degli amanti nudi di Münch. Dal guardare fuori si ritorna al volgere le spalle alla finestra, non più per giocare con le prospettive, ma per rivolgere lo sguardo allo spettatore, coinvolgendolo.

La finestra viene ad essere duplice, identificandosi con il quadro stesso e aprendosi verso l’esterno che è in realtà interno del nostro mondo e di un mistero oltre il quale guardano i personaggi di Juan Gris, Matisse, Achille Funi, Casorati. Il gioco visivo tra interno ed esterno di ambienti, molto utilizzato prima dai fiamminghi (Peter de Hooch), è riproposto da Impressionisti e Simbolisti. Così è per Monet, Vallotton, Bonnard, Vuillard, fino alle costruzioni urbane e architettoniche di Balthus e ai numerosi esperimenti fotografici. Tutto va sempre più confondendosi, finché spariscono le cose e restano solo luci, ombre e geometrie, mentre le suggestioni vanno a rinchiudersi dentro griglie cromatiche (Klee), composizioni come vetrate colorate che lasciano filtrare emozioni luminose (Jawlensky). Il fuori diventa il dentro e viceversa in interazione psichica profonda, la finzione e la realtà si mescolano, i personaggi non si perdono più romanticamente nell’infinito dinnanzi, ma incontrano falsi orizzonti, talvolta obliqui come in Savinio o enigmatici come in De Chirico, più spesso idilliaci e imperturbabili come in Delvaux e Magritte. Per vedere bisogna ormai chiudere gli occhi, aprire le finestre dell’inconscio e afferrare i sogni, la «Chiave dei sogni» di Magritte. Più si va avanti più si cercano rassicuranti geometrie, sbarre per riorganizzare la visione di un mondo caotico. Seguendo il primo sereno esempio di Klee ci si conduce a Mondrian, a Josef Albers e da lì via via fino a Rothko. Allora bastano due colori pulsanti a dischiudere la vasta feritoia del silenzio, un silenzio assordante e ostinato oltre la soglia dell’anima. Tutta l’ultima sezione al Museo Cantonale è fatta d’installazioni, video e fotografie. Non può mancare la «Finestra sul cortile» di Hitchcock e immagini dove i palazzi con le loro finestre-occhi paiono creature vive da spiare. Tuttavia lo spazio sembra chiudersi sempre di più, comprimersi addosso, farsi claustrofobico. Altro che Windows, finestra sul mondo: lo schermo è una finestra virtuale senza profondità. Più angosciante di una finestra chiusa è una finestra finta. La contemporaneità sa di trappola e il vetro si fa specchio, la griglia labirinto, prigione. D’altronde – come dice Hillmann – «ovunque ci sia una storia, c’è anche una finestra da qualche parte. E’ l’espressione dell’anima, un’apertura verso l’inconscio.» Da lì in poi tocca però a noi trovare lo sbocco, la luce.

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