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Atatürk: il profeta armato

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di Sergio Caroli

Il «padre dei turchi»  Kemal Atatürk appartiene al novero dei grandi leader del XX secolo. Ma su di lui mancava in Italia una biografia di vasto respiro. A colmare tale lacuna è giunto «Atatürk» (sottotitolo: Il fondatore della Turchia moderna) di Fabio L. Grassi (Salerno Editrice, pag. 443, Euro 29), opera poderosa e documentatissima, che si avvale largamente di fonti in lingua turca. All’autore, che vive e insegna ad Istanbul presso l’Università Yildiz, accenno preliminarmente al fatto che nel 1918 l’Impero Ottomano, già alleato agli Imperi Centrali, lasciava in stato di tremenda prostrazione una Turchia popolata da pastori e contadini per lo più analfabeti e in balia degli Alleati vincitori; sorsero allora in Tracia e in Anatolia movimenti di guerriglia e Mustafa Kemal pascià, già membro del movimento dei «Giovani Turchi», decise di agire per l’indipendenza del suo Paese.  Quali furono le sue origini e quali le doti di comandante di eserciti?

«Mustafa, poi Mustafa Kemal, infine Kemal Atatürk, nacque nel 1880 o nel 1881 in una Salonicco multiculturale, e fu quindi osservatore diretto della catastrofe delle antiche convivenze. I ''Giovani Turchi" cercarono di conservare l’Impero: lui trovò una diversa soluzione: l’invenzione di un nuovo Stato nazionale. Come capo militare, si distinse nella vittoriosa difesa della penisola di Gallipoli nel 1915, ma rivelò tutto il suo genio nella guerra d’indipendenza del 1919-1922: cedette spazio per guadagnare tempo, non dissanguò mai le forze che aveva a disposizione, e quando sferrò l’attacco decisivo lo fece con precisione chirurgica, ottenendo una delle vittorie più rapide e complete della storia moderna».
- Dalla sua biografia esce l’immagine di un «profeta armato», metà volpe e metà leone, per dirla col Machiavelli. E’ così?
«Assolutamente così. Ma pensando anche al Machiavelli dei "Discorsi", non solo a quello del "Principe", al Machiavelli che vuole il principe volpe e leone, sì, ma in funzione di grandi e profondi progetti politici. Di fronte a Kemal sarebbe impazzito dalla gioia».
- Il futuro Atatürk avviò le riforme civili sopprimendo il sultanato, poi fondando la repubblica nel 1923, infine abolendo il califfato. Una delle sue più celebri trasformazioni fu la separazione del potere spirituale da quello temporale. Può precisarne il senso?
«Ci provo, con l’avvertenza che entriamo in un insidioso gioco di specchi. Kemal, certo, separa il "potere spirituale" dal "potere temporale", ma per farlo deve innanzitutto fondare, sulla base di categorie occidentali, questa separazione, che nella cultura islamica è pressoché inesistente. Per un cristiano occidentale era ed è una tentazione irresistibile interpretare il califfato come "potere spirituale", quale in realtà non era affatto. Quando nel 1922 toglie alla Casa di Osman il potere politico ma lasciandole il titolo di califfo, Kemal escogita quella che ho definito una soluzione genialmente assurda: era solo il preludio all’eliminazione del titolo stesso».
- Kemal adottò il codice civile elvetico nell’ambito del diritto commerciale; istituì il matrimonio monogamico e sancì l’uguaglianza giuridica tra i due sessi. In quale misura tali norme si sono tradotte in concreti mutamenti?
«In una misura molto differente a seconda dei contesti culturali e sociali. E’ ovvio che una parte consistente della popolazione è rimasta legata alla propria cultura tradizionale. A mio avviso l’ideologia kemalista ha toccato il massimo del suo consenso reale negli anni '60 e '70, quando anche la Turchia ha partecipato al movimento generale di quell'epoca, ossia quando sono subentrati strumenti infinitamente più potenti di qualunque predica illuminista: la lavatrice, la televisione...».
- Quali altre riforme Atatürk promosse nel campo della cultura e dell’istruzione?
«La riforma più evidente è quella dell’alfabeto. Essa fu sacrosanta sul piano pratico, anche perché l’alfabeto arabo è del tutto inadatto alla lingua turca, ma era anche funzionale al proposito di Kemal di staccare la Turchia dal mondo islamico e renderla pienamente parte dell’Europa. Ma va anche ricordata la riforma della lingua stessa, che su impulso di Atatürk è cambiata in 85 anni assai più di quanto normalmente non cambi una lingua in secoli e secoli».
- Due gravi e insolute questioni ha di fronte l’odierna Turchia per l’ingresso nell’Ue: il problema curdo e la presenza di una forte componente islamista. A settant'anni dalla morte di Atatürk, che cosa c'è di vivo nell’opera sua al cospetto di tali realtà?
«Tutto il modello kemalista vive oggi un momento di grande difficoltà. Il distacco tra i partiti e le organizzazioni che si richiamano fideisticamente al kemalismo e le masse popolari è enorme. Il fatto è che quanto sta succedendo in Turchia è paradigmatico del rapporto tra la civiltà occidentale e le altre. Tra costringere intere millenarie civiltà a fare finta di credere alla parità tra uomini e donne, ai diritti dell’individuo in quanto tale e quant'altro, e dire invece "Vabbé, in nome della democrazia, poiché così desidera la maggioranza, per esempio ammettiamo apertamente la disuguaglianza tra uomini e donne", non è detto che una terza via esista. Se esiste, si trova su un crinale sottilissimo. Perlomeno cerchiamola, e intanto cerchiamo di guadagnare tempo, e usiamolo bene, come seppe fare Mustafa Kemal pascià nel momento più buio della storia del suo popolo».

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