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Scoop! - Questa è la stampa, bellezza!

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Gabriele Grasselli

Quando una mattina piovigginosa del novembre 1998, in una strada qualunque della periferia di Londra, Ferdinando  Carretta si ferma sul marciapiede, si volta indietro e finalmente risponde a Matteo Montan («Cosa vuole? Mi lasci in pace»), scatta l'incantesimo. Un’ultima tessera giusta e il mosaico fino a quel momento sconnesso e appannato si compone improvvisamente da solo, perfetto, nitido, sfolgorante, senza più i margini irregolari degli incastri, un pannello luminoso su cui lampeggia in rosso la scritta «scoop». Per l’inviato della «Gazzetta di Parma» è la svolta della carriera, per il suo direttore Giuliano Molossi una tiratura da oro olimpico, per il giornale l’apogeo di una vita in edicola quasi tricentenaria. 

Verità nascoste
Sono decine i colpi giornalistici raccolti in «Scoop!» (edizioni Carte Scoperte), antologia curata e ragionata da Giangiacomo Schiavi, vicedirettore del «Corriere della Sera», sui pezzi esplosivi che hanno fatto la storia della grande informazione in Italia, ma quello di Montan legato alla soluzione di un giallo che aveva incuriosito e appassionato per un decennio l’intero Paese è uno dei gioielli più scintillanti della corona. La notizia sensazionale, l’esclusiva servita in anticipo dando scacco matto alla concorrenza, l’intervista col botto: grazie a uno scoop arrivano a galla verità nascoste, si documentano accuse con prove inedite e inconfutabili, si certifica la presenza di un cronista prima di tutti gli altri, si premia la tenacia, la curiosità efferata, la voglia di sapere e di fare sapere, l’ambizione galvanizzata di riuscire a farlo battendo i colleghi. Lo scoop è un traguardo evanescente, c’è ma per pochissimi. E’ un corto circuito benefico e vivificante, una bomba energetica per chi scrive, chi pubblica, chi ha detto «sì, vai e porta a casa», una formula composta da intuito e pazienza, pertinacia e fortuna, è il giorno da leoni, un punto G professionale trovato da soli ma gustato in pubblico e a lungo.
Ieri e oggi 
«E’ la parola magica di un mestiere in crisi», dice Schiavi, «lo sbiadito ricordo di un mondo che non c’è più, come la sigaretta pendula del capocronista e la Lettera 22 di Montanelli. Rimanda alla nera, alla giudiziaria d’assalto, ai “buchi” conteggiati come gol nell’interminabile partita con gli altri giornali, ai fuoriclasse dei quotidiani del pomeriggio che misuravano la bravura dei reporter dalla capacità di impossessarsi della foto del morto, lasciando ai rivali solo la cornice». Un’epopea romantica, le redazioni con le nuvole di nicotina sospese a mezz’aria (anche se Schiavi avverte che molto spesso si è abbondato in retorica nel parlare di «quei tempi»). E oggi? «Oggi un tweet non ci salverà». 
Fumo di Londra
In quel novembre di quattordici anni fa, però, alla «Gazzetta di Parma» vanno in scena sequenze da cinema americano anni Settanta, riprese come fossero girate da Sydney Pollack, Sidney Lumet o Alan Pakula. Montan entra nell’ufficio di Molossi e chiude la porta: «Tieniti forte, hanno trovato Ferdinando Carretta». Sorpresa, incredulità, entusiasmo, adrenalina, pochi minuti, tutto deciso: il cronista parte per Londra, trova il posto in cui vive Carretta, si apposta per due giorni e alla fine se lo vede davanti in tuta e scarpe da tennis. Detta 200 righe al  giornale che ci fa un’edizione straordinaria. Ecco lo scoop. E che scoop. Poi l’intervista: un altro scoop, un’altra edizione straordinaria. La famiglia Carretta era svanita nel nulla nell’estate 1989. Tutte le ipotesi aperte, compresa quella della fuga organizzata con molti soldi rubati, la sparizione perfetta. Giornali e tv amplificano la notizia, li cercano in mezzo mondo, si favoleggia di luoghi esotici, se ne occupa la trasmissione «Chi l’ha visto» che scova il famoso camper in una via di Milano, appare in onda per la prima volta un intimidito magistrato che farà strada, Antonio Di Pietro. Poi il vuoto e la costante attesa dello snodo clamoroso. Che arriva, dopo quasi dieci anni. Ferdinando confesserà di avere ucciso i genitori e il fratello. Quindi, come da piano, la scomparsa senza lasciare tracce. Tutto aveva funzionato. La sorte, tuttavia, entra in azione. 
Un copione da film
Un bobby inglese fisionomista e diligente a un certo punto si imbatte in un tale la cui foto gli sembra di avere visto esposta nella bacheca dei wanted e dei missing alla sua stazione di polizia. Una segnalazione, un fax, una voce: si attiva una fonte coccolata bene da tempo e così ecco Matteo Montan volare a Londra. Il pezzo che invia alla «Gazzetta» e che i parmigiani (e non solo) divoreranno è una sceneggiatura magistrale: «Un ragazzo esce dalla casa di mattoni rossi. Ha un sacchetto della spazzatura in mano, cammina svelto, occhi bassi. E' lui. “Excuse me, I'm looking for an italian guy, his name is Carretta...”. Il ragazzo ringhia qualcosa e allunga il passo. Camminiamo uno di fianco all'altro, sotto la pioggia. “Ferdinando Carretta, lo so che è lei, non scappi, sono un giornalista, ormai l'abbiamo trovata”. L'uomo in tuta ha un fremito, ma continua a camminare. “Sono della Gazzetta di Parma, si fermi e mi ascolti”. L'uomo si blocca, ruota nelle scarpette slacciate, si morde le mani rosse per il freddo: “Cosa vuole? Mi lasci in pace”». E' fatta. «E per un istante è come se anni di articoli, viaggi, attese, bufale si condensassero in un unico, nitidissimo fotogramma». E questo è lo scoop.  
La miniera inesauribile  
Il libro di Schiavi è un giacimento sterminato, un compendio imperdibile di celebri cronache da prima pagina apparse su quotidiani e periodici, tuttora esistenti oppure estinti, di cui vengono ricordati con ritratti affascinanti i fondatori bellicosi, i direttori imperiosi come sovrani, i capicronisti plenipotenziari, vizi, virtù, manie e miracoli. In 400 pagine fittissime c'è la storia più o meno nera dell'Italia dal dopoguerra a oggi, ci sono quasi tutte le firme che contavano e che contano, i padri nobili e ineguagliabili, i cavalli di razza, i cronisti d’assalto e quelli (Tobagi, Siani, la Cutuli) «che hanno pagato con la vita il coraggio e il dovere di informare».
Miti e leggende
Ed ecco, quindi, i miti della macchina da scrivere e le loro leggendarie colonne di piombo: Dino Buzzati entra per primo, dicembre 1946, nella casa di Milano in cui Rina Fort, la «belva di via San Gregorio», drogata dalla gelosia, stermina moglie e figli dell’amante; Tommaso Besozzi,  in un pezzo per l’«Europeo» datato luglio 1950, solleva tutti i legittimi dubbi che ha sulla morte di Salvatore Giuliano (il cadavere in maglietta, ferite fresche e altre no, strane macchie di sangue, un orologio che manca, il denaro che non c’è, il furgone con la scritta «Le avventure di Paperino»…); Indro Montanelli ed Egisto Corradi telefonano quello che vedono a Budapest, i carri armati sovietici, Imre Nagy, il cardinale Mindszenty, anno 1956. Ci sono gli «inviati per sempre» Ettore Mo e Bernardo Valli, uno in Afghanistan nel 1979, l’altro a Baghdad nel 2003 quando cade Saddam. 
«Golpe» e ballerine
Giorgio Bocca fa dire al generale Dalla Chiesa «voglio chiarezza, non leggi speciali» e si sa com’è finita. Alberto Cavallari intervista Paolo VI, immagini inedite di un Vaticano che cambia (ottobre 1965). Gianni Moncini parla tre quarti d’ora, per caso, con Renato Curcio. A Fabio Isman un altro terrorista «eccellente», Patrizio Peci, racconta 34 attentati, quattro anni di terrore. Lino Jannuzzi sull’«Espresso» svela i segreti di un fosco complotto al Quirinale nel 1964, regista il generale dei carabinieri De Lorenzo: l’irresistibile attacco dell’articolo pare l’inizio di un’operetta ambientata nell’ambasciata del Pontevedro a Parigi, come «La vedova allegra», nonostante si parli di un tentato colpo di Stato (e questa è arte). E’ stupefacente la cronaca volutamente scolastica, come sbalordita, di Luigi Locatelli sulla storica notte al «Rugantino» nell’ottobre 1958: la ballerina turca Aiché Nanà improvvisa uno striptease integrale sdraiata sopra le giacche gettate sul pavimento dai viveur romani. A battere le mani frementi ci sono le dive Anita Ekberg, Linda Christian, Elsa Martinelli, muse come Laura Betti e artiste come Novella Parigini, tutti i «bien» del giro giusto, un Vanderbilt, un Torlonia, gli Aldobrandini, i Pallavicini, i Branca, una Mussolini e una Ciano, un Borghese, un Caracciolo, Eriprando Visconti di Modrone. I fotografi (non ancora paparazzi) scattano e la deboscia altolocata diventa un fatto pubblico, il costume dell’Italia bacchettona volta pagina, Fellini decide di consegnare alla storia un capolavoro del cinema. 
Tra stampa e tv
Avanti e indietro si rincorrono autori e pezzi famosi, da Pansa su Seveso a Purgatori su Ustica, da Scardocchia sullo scandalo Lockheed a Nozza su Valpreda. Poi ci sono i nomi oggi familiari anche in tv, da Guzzanti a Sallusti, da Gad Lerner finto clandestino a Minzolini con «il patto della crostata», da Feltri, a Nuzzi, a Stella arrivando alla Sarzanini, Colaprico e D’Avanzo che smistano il via vai di donne del Cavaliere, Ruby e la D’Addario in testa. Fino a Giovanni Mari che «trova» i soldi della Lega in Tanzania. Tutti campioni uniti da un'unica regola base: «Andare sul posto, far parlare i testimoni, diventare antipatici e rompiscatole, andare dal sindaco e chiedere, dal politico e chiedere, dai sindacati e chiedere, dal padrone e chiedere. Chiedere sempre. E star lì fino a quando non si è avuta una risposta».

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